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Scire – Post 67: Dal farmaco di marca al generico
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 01/04/2010 alle 10:08:00, in Post, cliccato 671 volte)

Lunedì 12 aprile 2010

Tra farmaci generici e farmaci branded, quelli, per così dire, “di marca”, è in corso una battaglia più o meno silenziosa. Da una parte i Servizi Sanitari Nazionali, ad esempio quello inglese - ma anche quello italiano - dall'altra l'industria farmaceutica. I Servizi Sanitari Nazionali, avendo a disposizione i generici, farmaci uguali a quelli “di marca”, ma con costi decisamente inferiori, vorrebbero che fossero utilizzati il più possibile; l'industria teme invece che la diffusione dei generici possa erodere il mercato, i profitti, e gli investimenti nella ricerca. Lo scontro ha recentemente prodotto anche un'uscita allo scoperto dell'industria, che ha fatto pubblicare sul Times una lettera aperta nella quale si chiede di porre molta attenzione nel procedere lungo la strada dei generici, e in particolare di non consentire il cosiddetto Automatic Generic Substitution Scheme, un meccanismo proposto dal Department of Health inglese, secondo il quale il farmacista potrebbe autonomamente sostituire il farmaco di marca prescritto dal medico con un farmaco generico. La vicenda è raccontata sul BMJ in un articolo scritto da Margaret McCartney, che ne mette in luce anche alcuni interessanti retroscena.

Innanzitutto, la lettera pubblicata sul Times, che è stata firmata da medici, da responsabili di Società scientifiche come la Primary Care Dermatology Society, ma anche da associazioni di pazienti come la Cure Parkinson's Trust e la British Liver Trust, dando così l'idea che possa in qualche modo trattarsi di una qualche azione spontanea che nasce dal basso. La McCartney racconta però che la lettera in realtà è stata coordinata da un'agenzia di pubbliche relazioni, la Burson-Marsteller, a sua volta chiamata a operare dalla Norgine, una piccola industria farmaceutica. In pratica, la Burson-Marsteller ha fatto una ricerca di letteratura, selezionando articoli che parlavano in favore dei farmaci di marca, poi ha invitato gli autori a firmare una lettera contro i generici, senza peraltro che alla fine risultasse il nome della Norgine. La lettera si schiera decisamente contro la possibilità di qualsivoglia sostituzione automatica del farmaco di marca con il generico, e anzi attacca i generici, affermando che contengono sì lo stesso principio attivo dei farmaci di marca, ma “generalmente non sono testati su pazienti prima di essere venduti. Sono testati su volontari sani giovani per dimostrare che sono statisticamente bioequivalenti agli originali, ma è stato dimostrato clinicamente che la variabilità consentita significa che alcuni pazienti possono ricevere un farmaco che è meno efficace, o provare effetti collaterali diversi”. Inoltre, nella lettera si ricorda come un cambiamento delle forme e dei colori dei farmaci potrebbe confondere i pazienti, specie quelli più anziani che assumono diverse terapie.

Quando è stato pubblicato sul BMJ l'articolo della McCartney, è subito intervenuta Alison Clough, Commercial & Communications Director dell'Association of the British Pharmaceutical Industry, dichiarando in una Rapid Response che in realtà la Norgine non fa parte dell'Association of the British Pharmaceutical Industry (ABPI), in quanto non è un'azienda che fa ricerca, e che comunque l'ABPI “accetta il principio della sostituzione con generici”. Anche perché, è il ragionamento dell'ABPI, risparmiare utilizzando i generici libera risorse da investire poi nell'acquisto di altri farmaci innovativi. La risposta della Norgine non si è fatta attendere, con una lettera a firma del suo direttore, nella quale si afferma che, innanzitutto, l’ABPI ormai non rappresenterebbe più, come vuole far credere, l’industria farmaceutica che fa ricerca, dato che molti membri sono passati ad altre associazioni. E dice anche apertamente che le multinazionali del farmaco sono interessate soprattutto a produrre farmaci che sono inutili repliche di molecole già esistenti, tutt’altro che innovativi (i famigerati farmaci detti “me-too”). Proprio una bella lite in famiglia.

La situazione è dunque abbastanza complessa. A pensarci bene, forse è vero, come dice il direttore della Norgine, che le grandi aziende farmaceutiche sono più interessate a produrre “nuovi” farmaci che a proteggere quelli vecchi dall’avanzata del generico, anche perché le risorse liberate dal ricorso al generico potrebbero finire invece per essere investite in settori diversi da quello dei farmaci, come la prevenzione o altre forme di trattamento. Spremuta un’arancia, è meglio produrne una nuova che sembri più allettante. Comunque, per non sbagliare, conviene essere sicuri di aver spremuto ben bene, finché si può, la vecchia arancia. Quello che più di tutto preoccupa nella lettera pubblicata sul Times, è però forse la firma di associazioni di pazienti. Come quella della British Liver Trust che, guarda caso, è finanziata anche da diverse industrie farmaceutiche, come la Roche e la Bayer Schering, come è possibile vedere dal suo ultimo Annual Report . Ormai è noto che fra le strategie di marketing messe in campo dall'industria farmaceutica c’è anche quella di coinvolgere le associazioni di pazienti nell'inestricabile matassa di conflitti di interesse che ruota attorno all'universo del farmaco.

Detto questo, come si fa a non riconoscere comunque che l'industria farmaceutica rappresenta un importante settore dello sviluppo della Medicina e della Sanità contemporanee? Ma proprio per questo, da essa, sebbene di necessità orientata al marketing e al profitto, ci si aspetterebbe un atteggiamento più etico in questa fase di passaggio all'uso del generico al posto del farmaco di marca. E va infine anche sottolineato come i Servizi Sanitari nazionali dovrebbero sforzarsi il più possibile nel promuovere miglioramenti anche su aspetti apparentemente secondari del farmaco generico, come la sua conoscenza e accettabilità da parte di medici e pazienti.