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Scire – Post 63: Dire e non dire
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 19/02/2010 alle 09:18:46, in Post, cliccato 542 volte)

Venerdì 19 febbraio 2009

In alcune occasioni al paziente non si dice tutta la verità. È un dato di fatto, nonostante che oggi si tenda a dichiarare la generale volontà di informare il paziente il più possibile, sia per trasparenza, sia perché si ritiene che, adeguatamente informato, il paziente possa non solo contribuire alle scelte del medico, ma perfino affrontare meglio da un punto di vista psicologico le difficoltà poste dalla malattia. Di questo argomento, forse tra i più difficili del rapporto medico-paziente, parla un breve articolo appena pubblicato dal New England Journal of Medicine, intitolato Whithholding information from patients – When less is more, che è stato scritto da tre medici americani, guidati da Ronald Epstein.

In sostanza, l’articolo ricorda che ci sono alcune condizioni, per così dire, “ufficialmente riconosciute”, nelle quali si dà per scontato che al paziente non si dà la completa informazione su diagnosi, prognosi e trattamento: quando il paziente è considerato privo della capacità cognitiva necessaria per comprendere l’informazione; quando ci si trova in una condizione di emergenza che costringe a intervenire (per esempio la rottura di un aneurisma aortico); quando il paziente fa capire al medico di non voler conoscere la propria situazione e soprattutto i dettagli riguardanti, ad esempio, la prognosi. Quest’ultima situazione può essere del tutto esplicita, ricordano gli autori dell’articolo, ma anche implicita, tra le righe. Infatti, il paziente può semplicemente rispondere con il silenzio ai tentativi di spiegazione da parte del medico, oppure mostrarsi distratto e tendere a cambiare argomento, ma anche in tali casi bisogna essere in grado di recepire il messaggio e comportarsi di conseguenza.

Poi c’è quella che Epstein e i suoi collaboratori chiamano la “zona grigia”, ossia quelle “situazioni nelle quali i medici (consciamente o inconsciamente) nascondono informazioni al paziente che avrebbe la capacità di capire e che non ha espresso il desiderio di non essere informato”. Sono situazioni in cui la decisione su cosa dire e cosa non dire è dettata dal desiderio, da parte del medico, di voler massimizzare i benefici e minimizzare il carico psicologico, cognitivo ed emozionale al quale il paziente viene esposto. Insomma, è un sottile lavoro psicologico che spesso il medico fa senza neanche rendersene conto, e che è basato essenzialmente sulla sua esperienza e sulla sua sensibilità umana. Quindi al paziente non viene detto proprio tutto, nella convinzione che tacere o sfumare su qualche punto dell’informazione potrà portargli un beneficio.

Si potrebbe discutere della liceità di tale comportamento, ma credo che non ci sia medico al mondo che non metta in atto questa funzione di filtro informativo nella convinzione di star lavorando per il beneficio del paziente. Gli autori dell’articolo apparso sul New England Journal of Medicine definiscono anche alcune caratteristiche dell’informazione che si decide di dare al paziente, caratteristiche definite “strumentali” ed “emotive-relazionali”. Quelle strumentali sono finalizzate a fornirgli elementi e ulteriori risorse informative per le decisioni da prendere insieme, mentre quelle emotive-relazionali sono destinate ad aiutarlo ad affrontare la situazione e ad avere fiducia nella relazione medico-paziente.

Quest’ultimo punto è, come ho detto all’inizio, di grande importanza ed Epstein e collaboratori lo dicono a chiare lettere. “La capacità dei pazienti di acquisire e utilizzare informazioni e di partecipare pienamente al loro processo diagnostico-terapeutico non dipende solo da quanta informazione ricevono – ma dipende anche dalla natura della relazione con i loro clinici, con le loro famiglie e con gli altri”. E infatti, se il paziente avrà fiducia nel proprio medico, è molto probabile che gli basteranno le informazioni che lui gli darà, mentre in caso contrario è possibile che si rivolga ad altre fonti informative, che possono essere altri medici, ma anche, ad esempio, Internet.

In poche parole, quale sarebbe l’ideale per il paziente? Poter essere autonomo nel prendere una decisione, ma dopo essere stato correttamente informato all’interno di una relazione emotivamente significativa. Un equilibrio molto difficile da raggiungere.

 

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