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Scire – Post 60: Professioni a rischio
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 13/01/2010 alle 10:32:42, in Post, cliccato 2947 volte)

Giovedì 14 gennaio 2010

Medici e infermieri corrono più o meno lo stesso rischio di essere aggrediti di quello di poliziotti e altre forze dell’ordine, come segnala uno studio spagnolo condotto in tre ospedali e in 22 strutture sanitarie di base urbane e rurali, pubblicato sull’International Journal of Occupational and Environmental Health. Lo studio ha valutato oltre 1800 questionari, dai quali risulta che l’11 per cento degli operatori sanitari ha subito un’aggressione fisica nell’ultimo anno, mentre il 64 per cento ha dovuto subire minacce, insulti e intimidazioni. In diversi casi si è trattato di eventi ripetuti, e spesso anche con conseguenze sull’equilibrio psicologico degli aggrediti, tale da compromettere il loro buon funzionamento lavorativo.

Come è facile immaginare, gli operatori sanitari più esposti sono coloro che lavorano nei servizi di emergenza e in quelli psichiatrici: in questi settori le aggressioni fisiche nell’ultimo anno hanno raggiunto rispettivamente il 48 per cento e il 27 per cento degli operatori; gli insulti sono risultati invece praticamente ubiquitari, avendo coinvolto rispettivamente l’82 e il 64 per cento degli operatori, e percentuali più o meno simili si trovano per le minacce. Queste ultime sono risultate molto elevate anche nei reparti chirurgici. Gli infermieri, seguiti subito a ruota dai medici, essendo più a contatto con i pazienti, sono i più esposti alla violenza fisica, mentre gli insulti sono per tutti; le minacce sembrano essere invece più facilmente dirette ai responsabili dei servizi, a chi prende le decisioni, probabilmente anche con l’intento di influenzarli.

Il rischio più elevato lo corrono gli operatori degli ospedali di maggiori dimensioni, mentre il fenomeno della violenza sembra essere meno marcato nei servizi di dimensioni più limitate e di collocazione rurale, probabilmente in conseguenza del diverso tipo di rapporto che si instaura tra gli operatori e gli utenti dei servizi. Non è stata invece trovata nessuna correlazione tra la frequenza di aggressione fisica e il sesso dell’operatore, ma le minacce sembrano essere invece indirizzate più frequentemente agli operatori di sesso maschile. E’ interessante anche notare che circa l’85 per cento delle aggressioni è perpetrato dagli stessi pazienti: un quarto di essi circa risulta essere affetto da disturbi psichici e circa il 6 per cento è sotto l’influsso di droghe. Le motivazioni riportate a proposito delle cause dell’aggressione sono le lunghe attese, il rifiuto di certificazioni di malattia, la discordanza sulle prescrizioni di farmaci. Nei servizi di emergenza circa un quarto delle aggressioni avviene invece ad opera di persone che accompagnano il paziente.

Per quanto riguarda l’Italia, un articolo pubblicato nel 2009 sul Journal of Nervous and Mental Diseases e realizzato su pazienti psichiatrici ricoverati in strutture per acuti (primo autore Bruno Biancospino, per il PROGRES-Acute Group), segnala che il 10 per cento dei pazienti ha manifestato un comportamento ostile durante il ricovero, con il tre per cento che risulta aver aggredito altri pazienti o membri dello staff.

C'è anche uno studio realizzato dallo SMI (Sindacato Medici Italiani), a firma di Nicola Barletta, su un gruppo di medici di Continuità Assistenziale (ex guardia medica), pubblicato sulla rivista Prospettive Mediche. Da questo studio si rileva che 9 medici su 10 dell’ex Guardia Medica, certamente tra i più esposti al rischio, hanno subito un’aggressione, sebbene nella maggior parte dei casi “solo” di tipo verbale; inoltre il 20 per cento ha subito percosse e il 13 per cento addirittura intimidazioni a mano armata.

L’importanza dei dati emersi dallo studio spagnolo e dagli altri studi sull’argomento risiede anche nel fatto che nella maggior parte dei casi queste aggressioni sia fisiche che verbali non vengono formalmente rilevate, e spesso, specie quando non ci sono dirette conseguenze mediche, come lesioni, fratture eccetera, gli operatori non riportano l’accaduto, che viene forse un po' troppo semplicemente considerato un incidente che si è verificato per una sorta di imprevedibile caso sfortunato. Gli autori dello studio, guidati da Santiago Gascòn della Scuola di Medicina Occupazionale dell’Università di Saragozza, sottolineano invece quanto sarebbe importante una rilevazione precisa e attenta del fenomeno in tutte le sue forme, dalle meno gravi alle più gravi, anche al fine di effettuare comparazioni tra le varie realtà e di cercare di capire quali sono le situazioni da considerarsi maggiormente a rischio, per cercare di prevenirle. Ad esempio, sarebbe importante capire le caratteristiche personali e le condizioni di lavoro di quegli operatori che risultano aver subito aggressioni ripetute, per poterli maggiormente supportare cercando di ridurre il loro livello di rischio. Dallo studio di Gascòn e dei suoi collaboratori è infatti anche emerso che gli strascichi psicologici sugli operatori sono meno rilevanti quando si sentono supportati dall’organizzazione per la quale lavorano, mentre la deriva verso una condizione di burnout è invece molto frequente quando l’operatore si sente lasciato solo ad affrontare il problema, dovendo magari anche tornare a lavorare nel luogo dove ha subito l’aggressione, e con gli stessi pazienti.