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Scire – Post 43: Giornalista di te stesso
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 29/07/2009 alle 08:27:30, in Post, cliccato 1592 volte)

Mercoledì 29 luglio 2009

In Italia ormai sono rimasti in pochi, e il settore nel quale lavorano sembra stia scomparendo. Mi riferisco ai giornalisti scientifici, operatori dell’informazione specializzati in scienza, medicina e salute. Questo ovviamente non vuol dire che scienza, e soprattutto medicina e salute, stiano scomparendo da Tv e giornali, anzi. Vuol dire semplicemente che di questi argomenti sempre più si occupano giornalisti che non sono specializzati in materia. Il problema non è solo italiano, e l’argomento è stato recentemente affrontato anche dalla rivista Nature, che gli ha dedicato un editoriale intitolato Cheerleader or watchdog?  e un topic del Nature Opinion Forum, al quale si può partecipare con propri interventi. L’editoriale di Nature fa parte di un numero dedicato proprio al giornalismo scientifico, in occasione della 6th World Conference of Science Journalists che si è tenuta Londra alcuni giorni fa, e che potrebbe aver rappresentato una sorta di “canto del cigno” di questa branca dell’informazione.

La questione principale dibattuta nell’editoriale di Nature riguarda quello che dovrebbe essere il vero ruolo del giornalista esperto in materia scientifica. Nella realtà, quello che accade è che medici e ricercatori sono abituati a considerare il giornalista scientifico come una sorta di servizio gratuito di pubbliche relazioni, un ripetitore acritico il cui compito è stilare un comunicato stampa che abbia buone probabilità di balzare agli occhi dei caporedattori e quindi di finire in pagina di giornale o sullo schermo; o comunque quello di scrivere quasi sotto dettatura dell’esperto l’articolo da pubblicare. Quello che dovrebbe accadere, invece, sarebbe esattamente il contrario. Ossia, il giornalista scientifico dovrebbe essere un esperto, dotato di capacità critica e di una certa conoscenza dei principi fondamentali della scienza e della ricerca. Il suo compito dovrebbe quindi consistere nel sottoporre il lavoro di ricercatori e medici a un vaglio critico serrato, nel cogliere il contesto delle notizie, nello svelare tutto quello che (spesso) si annida dietro una notizia scientifica. Insomma, il giornalista scientifico dovrebbe aiutare non il ricercatore a farsi pubblicità, ma il lettore a capire e contestualizzare quella notizia e anche i suoi eventuali, sempre più frequenti, conflitti di interesse. Compito certamente non facile, per il quale pochi sono preparati, sebbene negli ultimi anni la situazione sia migliorata anche in seguito al lavoro di alcune scuole di giornalismo scientifico che operano proprio in questo senso. E’ forse più dall’altra parte che nulla si è mosso, perché sono veramente pochi i medici e i ricercatori che hanno ricevuto una qualche minima formazione su come ci si relaziona con i media.

Su questo aspetto, comunque, siamo certamente alle soglie di un cambiamento radicale. Qualunque ricercatore o gruppo di ricerca, purché dotato di qualche interesse verso la comunicazione, potrebbe fin d’ora rendersi autonomo nel compito di diffondere i risultati delle proprie ricerche o del proprio lavoro, ovviamente utilizzando tutti i mezzi che Internet mette a disposizione, e che stanno erodendo fama e inserzioni pubblicitarie dei media tradizionali. Senza contare che i risultati delle ricerche a loro volta possono essere state pubblicate sulle riviste mediche tradizionali, ma anche sulle nuove riviste che avanzano, che sono gratuite, open access, esclusivamente on line, come quelle di BioMedCentral http://www.biomedcentral.com/ editore open access on line, che pubblica oltre 200 riviste scientifiche. Perché anche l’universo dell’editoria scientifica è in via di profonda trasformazione, sempre a causa delle nuove possibilità offerte da Internet.

In pratica: se sei interessato a impegnarti in prima persona nell’azione di diffusione delle tue idee e dei risultati del tuo lavoro e delle tue ricerche, puoi farlo facilmente, senza costi, utilizzando il sistema dei blog, o quello dei social network. Ad esempio: Si può creare un proprio blog nel quale far circolare idee e informazioni; oppure si può creare un proprio social network; o utilizzare Twitter , con l’obiettivo di segnalare qualcosa di nuovo o interessante, come già fanno diverse istituzioni, anche nell’ambito dell’EBM, ad esempio la Cochrane Library o lo stesso editore BioMedCentral. Oppure ancora, si può utilizzare un sistema come quello di Eurekalert che consente di inviare veri e propri comunicati stampa scientifici a un panel di giornalisti scientifici internazionali.

Il problema, ovviamente, sono sempre i contenuti, è avere qualcosa di interessante da dire e saperlo dire, per riuscire a coinvolgere un gruppo di persone che sia interessato a leggere/ascoltare/vedere quello che produciamo.