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Scire – Post 39: Quel vizio primario
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 11/06/2009 alle 11:25:51, in Post, cliccato 1367 volte)

Lunedì 15 giugno 2009

Sono ancora le fonti primarie, le “riviste”, la lettura preferita dagli operatori sanitari, mentre le fonti secondarie sono poco consultate. Invece è proprio da queste che dovrebbe partire sempre la ricerca di una risposta a un quesito clinico, perché si tratta di fonti più affidabili, già criticamente valutate, più comode, più complete, come ad esempio, ormai le avrò citate un milione di volte, la Cochrane Library e Clinical Evidence - italiana o inglese - (anche se quest’ultima, tecnicamente, sarebbe una fonte addirittura terziaria). Lo dicono Alessandra Piatti e Luca de Fiore in un articolo intitolato “Come leggere le riviste di medicina: dalla consultazione al bisogno, alla lettura attiva per accorgersi delle nuove evidenze” pubblicato sulla rivista Recenti progressi in Medicina e gentilmente messo a disposizione full text on line dall’editore, in occasione dell’uscita di questo post.

Piatti e De Fiore dicono anche che mediamente gli operatori sanitari leggono poco per la loro professione, consultano poco le fonti che hanno a disposizione (e che costano molto alla sanità pubblica), e dedicano un massimo di 15 minuti alla ricerca di una risposta a un interrogativo clinico che alle volte può essere anche molto complesso. Spesso, senza arrivare a ottenere una risposta soddisfacente.

Quindi, sebbene negli ultimi anni l’universo delle riviste e delle banche dati medico-scientifiche si sia radicalmente trasformato, soprattutto per il passaggio dal cartaceo all’on-line, e per il contemporaneo sviluppo del nuovo paradigma dell’Evidence Based Medicine, sembra che la “mentalità” della gran parte degli operatori sanitari non sia cambiata granché. Chi va in biblioteca o si collega a una biblioteca on-line, il più delle volte, per provare a rispondere a un suo quesito, si mette a cercare in riviste primarie, come NEJM, Lancet, JAMA, eccetera. E in molti casi, specie se fa una ricerca su Medline-Pubmed, si allontana anche dalle riviste più qualificate, finendo magari, senza rendersene del tutto conto, su articoli dalla qualità molto opinabile. Ormai è stato più volte ripetuto: è bene ricordare che di tutto quello che viene pubblicato nelle oltre 20.000 riviste di letteratura primaria, più o meno solo il 5 per cento può essere considerato scientificamente affidabile e utile per la pratica clinica.

Tanto che è stato valutato che in media per trovare un articolo veramente utile e scientificamente inappuntabile, bisogna leggerne prima altri 17. È il cosiddetto NNR (Number Needed to Read), così definito per similitudine con l’NNT (Number Needed to Treat). Una bella perdita di tempo, senza contare che poi in molti casi l’operatore sanitario può non avere il tempo sufficiente o non possedere gli strumenti di valutazione critica che gli permettano di capire con certezza quale di quei 18 articoli sia scientificamente affidabile. Con conseguenze del tutto imprevedibili per la qualità della propria pratica clinica.