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Scire - Post 9: Paziente informato mezzo curato
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 31/07/2008 alle 12:00:00, in Post, cliccato 1657 volte)

Giovedì 31 luglio 2008

Si parla molto della necessità di informare adeguatamente i pazienti, ma siamo sicuri che vogliano davvero sapere sempre tutto della loro condizione? Una ricerca inglese pubblicata recentemente sulla rivista Quality & Safety in Health Care (1) mette in discussione l’opportunità di un’informazione generalizzata e indiscriminata. Intanto i ricercatori hanno scoperto che l’età è un fattore che influenza negativamente il desiderio di ricevere informazioni, in particolare quelle riguardanti i trattamenti. Più un paziente è anziano, meno sente il bisogno di essere informato in maniera dettagliata. Opposto il ruolo giocato invece dalla variabile socio-economica. Più alto il livello-socioeconomico, più elevato il desiderio di essere informati sui propri disturbi e sui relativi rimedi.
 
Un’eccezione è rappresentata però dai pazienti oncologici, come spiegano direttamente gli autori: “Queste correlazioni sono risultate costanti all’interno di tutte le categorie di malattia, con l’eccezione dei pazienti oncologici, per i quali l’età non risultava correlata con i punteggi alla EID (Extent of Information Desired Scale)” – la scala utilizzata per la rilevazione. Anche se, fanno notare sempre gli autori dello studio, il sottogruppo dei pazienti oncologici era meno numeroso degli altri sottogruppi e quindi non si può escludere che il risultato sia un artefatto dello studio.
 
Interessante poi la correlazione trovata tra il fattore diagnosi e il livello di informazione desiderata dai pazienti. Ad esempio, è risultato che il maggior livello di informazione sembra emergere da pazienti con diagnosi di tipo endocrinologico e dai pazienti diabetici in particolare, mentre quelli con diagnosi di tipo cardiovascolare e respiratoria mostrano il più basso livello di desiderio di informazione. Gli autori non danno spiegazioni di questa differenza, in effetti poco comprensibile. Va considerato comunque che esiste anche la variabile del tempo trascorso dal momento in cui un paziente ha ricevuto la diagnosi. Più tempo passa da quel momento, più si riduce la necessità di ricevere informazioni, anche perché è molto probabile che nel frattempo il paziente abbia già saputo tutto quello che c’è da sapere sulla sua condizione e sui conseguenti trattamenti. Forse lo studio avrebbe dovuto opportunamente prevedere un’analisi separata dei dati tra i pazienti di recente diagnosi e quelli per i quali la diagnosi era stata posta anni prima.
 
La ricerca è stata realizzata analizzando dati provenienti da oltre 1700 pazienti, in parte ricoverati, in parte ambulatoriali, di età media di circa 60 anni, escludendo i pazienti psichiatrici, e la raccolta dati è durata due anni.
 
L’argomento dell’informazione ai pazienti sui loro disturbi e sui relativi trattamenti è molto importante per le sue implicazioni pratiche. Si sa, ad esempio, che la mancanza di informazioni, o la loro mancata comprensione, possono indurre il paziente a non seguire adeguatamente i trattamenti proposti. Senza contare i veri e propri errori di posologia o di autosomministrazione, quando si tratta di assumere farmaci come ad esempio i colliri o i broncodilatatori.
 
Sulle difficoltà dell’autosomminstrazione e sulla necessità di fornire adeguata informazione ai pazienti, sta lavorando attualmente uno specifico progetto del Laboratorio dei cittadini per la salute dell’Azienda Usl di Bologna, una struttura, coordinata da Maria Benedettini, che ha una caratteristica unica: vi lavorano fianco a fianco operatori aziendali e cittadini. Il progetto riguarda varie categorie di farmaci, tra cui quelli pneumologici che vanno autosomministrati con gli appositi erogatori e i colliri antiglaucoma, anch’essi autosomministrati. Per entrambi queste categorie di farmaci, i cui consumi aziendali risultano superiori a quelli aspettati, sarà messa a punto una strategia di allenamento alla corretta autosomministrazione, oltre che di informazione sui rispettivi disturbi e sui farmaci utilizzati per trattarli. Questi due ultimi punti sono anche il cardine dell’azione che il progetto prevede per l’altra categoria di farmaci coinvolta: le statine. Anche per le statine si valuta che nel territorio aziendale ci sia un utilizzo non razionale, e l’obiettivo del progetto sarà proprio quello di dare ai cittadini informazioni corrette sui fattori di rischio delle malattie cardiovascolari e sulle indicazioni all’impiego razionale di questi farmaci.

Per leggere la bibliografia citata nel Post clicca sui link:

1) Duggan C, Bates I. Medicine information needs of patients: the relationships between information needs, diagnosis and disease. Quality and Safety in Health Care 2008;17:85-89

http://qshc.bmj.com/cgi/reprint/17/2/85