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Scire – Post 8: La bella vita dell’opinion leader
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 14/07/2008 alle 23:17:36, in Post, cliccato 2937 volte)

Lunedì 14 luglio 2008

Quando vai a un congresso o a un seminario, conosci i legami anche economici esistenti tra chi parla sul podio e l’industria farmaceutica? Attenzione, potresti credere di star ascoltando una relazione scientifica e invece l’opinion leader che sta parlando di fatto altro non è che una versione apparentemente più credibile di informatore scientifico del farmaco. Quindi è un “dipendente” dell’industria farmaceutica, sebbene si presenti nelle vesti più rassicuranti del collega e dell’esperto. E in quanto “dipendente” dell’industria, il contenuto della sua relazione serve a far prescrivere, non a stimolare nuova conoscenza.
 
Non è una gran novità, ormai lo sanno tutti che molti dei cosiddetti opinion leader (o tutti?) altro non sono che dei medici prezzolati dall’industria farmaceutica, eppure la loro efficacia come induttori di prescrizioni è tutt’altro che diminuita, anzi. Lo dimostra l’intervista che Ray Moynihan dell’University of Newcastle – New South Wales, Australia – ha fatto a Kimberly Elliot, un informatore scientifico del farmaco “pentita”. Dopo aver lavorato per industrie farmaceutiche come la SmithKline Beecham e la Novartis, la Elliot ha lasciato il settore e, come si suol dire, ha vuotato il sacco sul BMJ (1): “Per noi – dice la Elliot – gli opinion leader erano veri e propri rappresentanti di commercio e quindi misuravamo di routine i ritorni del nostro investimento, tracciando il livello delle prescrizioni prima e dopo le loro presentazioni. Se uno speaker non generava l’impatto che la ditta cercava, allora non lo invitavamo più”. Per molte delle presentazioni, questi opinion leader utilizzavano diapositive fornite direttamente dall’industria, e ogni intervento poteva essere pagato anche 3000 dollari. Alcuni di questi medici portavano a casa 25000 dollari l’anno per le conferenze tenute in nome dell’industria.
 
Interessante anche il sistema utilizzato dall’industria per individuare gli opinion leader. In molti casi si tratta di medici che quando vengono selezionati non sono ancora in cima alla scala professionale. Sono gli uomini del marketing dell’industria che li scelgono per alcune caratteristiche e soprattutto per la loro disponibilità e poi si adoperano per sviluppare il loro profilo professionale fino a trasformarli in opinion leader. E’ evidente che un meccanismo del genere produce poi alti livelli di riconoscenza, che si traducono in un ulteriore incremento di disponibilità ad andare incontro alle esigenze del marketing. Ovviamente, come è scritto nell’articolo citato, è importante puntare bene, per evitare di “gettare denaro sulle persone sbagliate”.
 
L’importanza del ruolo degli opinion leader deriva dal fatto che l’industria si è ben resa conto del fatto che molti medici oggi non credono davvero più alla pantomima dell’”informazione scientifica” portata dagli informatori scientifici dell’industria. Invece, le stesse cose che potrebbe dire l’informatore, e che sarebbero in gran parte trascurate, se messe in bocca a un medico considerato rispettabile dai colleghi, riacquisiscono improvvisamente autorevolezza.
 
Sul numero del BMJ nel quale è uscito l’articolo di Moynihan, c’è anche un testa a testa sulla seguente domanda: “L’industria farmaceutica dovrebbe usare gli opinion leader? (2) (3). ” A sostenere la tesi del sì c’è Charlie Buckwell che fa parte di un gruppo privato che fornisce servizi all’industria farmaceutica. Secondo Buckwell gli opinion leader “forniscono agli altri medici analisi, critica e indirizzo su quello che è il ruolo più appropriato che un farmaco può avere nella pratica clinica”. Una visione difficile da definire. Si potrebbe dire ingenua, se non si sapesse che in un tema come questo non ci può essere spazio per vera ingenuità. A sostenere la tesi del no c’è invece Giovanni Fava, professore di psicologia clinica dell’Università di Bologna, editor della rivista Psychotherapy and Psychosomatics, noto a livello internazionale per le sue posizioni critiche nei confronti di una certa medicina “venduta” all’industria. Senza tanti complimenti, Fava ricorda come gli opinion leader sostenuti dall’industria ricevano da quest’ultima “non solo soldi e visibilità, ma potere, specialmente se diventano membri di speciali gruppi di interesse. A causa dei contatti ai quali sono esposti, i membri di questi gruppi spesso accedono a ruoli di primo piano nelle riviste mediche, diventano consulenti di organizzazioni di ricerca non-profit, sono revisori e consulenti, e si trovano quindi nella condizione di prevenire la disseminazione di dati che possono essere in conflitto con i loro specifici interessi corporativi”. Difficile dire più chiaramente quale sia la situazione di vantaggio usurpato e di degrado etico nella quale versano gli opinion leader legati all’industria. Ma potrebbero esistere veri opinion leader che trovino ragion d’essere e forza, invece, proprio nell’indipendenza del loro giudizio? Secondo Fava questi esperti autorevoli e sganciati dall’industria esistono, ma dovrebbero essere maggiormente supportati, soprattutto dalle agenzie pubbliche e dalle società scientifiche. Veri esperti, quindi, non marionette in mano all’industria, come suggeriscono le immagini che il BMJ mette a commento: una marionetta vestita da dottore.

Per leggere la bibliografia citata nel Post clicca sui link:

1) Moynihan R. Key opinion leaders: independent experts or drug representatives in disguise?

2) Buckwell C. Should the drug industry work with key opinion leaders? Yes.
BMJ 2008;336:1404

3) Fava G A. Should the drug industry work with key opinion leaders? No