\\ Home Page : Articolo : Stampa questo post
Post 170 – Immagina... un limite alle parole
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 20/11/2017 alle 09:40:57, in Post, cliccato 995 volte)
Mercoledì 22 novembre 2017

Provate a cercare un'informazione nella letteratura medica per rispondere a un quesito clinico di cui non conoscete la risposta. Ad esempio, un trattamento con l'agopuntura riduce frequenza e intensità degli attacchi di emicrania? Oppure, gli antidepressivi serotoninergici sono efficaci per il trattamento della depressione di entità lieve e media? Se siete bravi e sapete dove andare a cercare farete presto e bene, altrimenti, anche se cercherete non semplicemente su Google, ma su banche dati professionali, come Medline, vi troverete davanti decine o centinaia di articoli scientifici di tutti i generi, di buona e di scarsa qualità, trial eccellenti e altri inutili, revisioni sistematiche impeccabili in mezzo a mille revisioni mal fatte, editoriali senza capo né coda, e via dicendo. Il fatto è che la letteratura medica è diventata uno zibaldone all'interno del quale è difficile se non impossibile orientarsi. Ma qual è la causa principale di questa situazione? Il fatto che tutti scrivono e pubblicano, al solo fine di scrivere e pubblicare, mentre si è persa completamente quella che dovrebbe essere la finalità originaria della letteratura medica, ossia trasmettere informazioni e conoscenze, possibilmente utili per la pratica clinica, per migliorare le cure disponibili per i pazienti.

"Una sporca verità pervade l'editoria accademica: scriviamo articoli per acquisire credito all'interno del mercato accademico" dice Brian Martinson dell'HealthPartners Institute di Bloomington in Minnesota in un breve ma succoso editoriale pubblicato sulla rivista Nature intitolato Give researchers a lifetime word limit . E a questa sporca verità, ossia che chi pubblica non lo fa ormai quasi mai più perché ha qualcosa di importante da comunicare, ma solo per acquisire credito che poi gli porterà finanziamenti, Martinson fa seguire una proposta radicale. "Immaginate un mondo nel quale a ogni scienziato venga concesso un numero fisso di parole che può pubblicare durante la sua carriera" dice. "Non sono il primo a suggerire questa ipotesi: lo scrittore australiano Michael McGirr ha proposto un limite di parole per ogni persona".

In ambito scientifico questo limite avrebbe un immediato effetto di miglioramento sulla ricerca stessa, perché dovendo risparmiare le parole, non si realizzerebbero molte delle tante ricerche inutili, il cui scopo è solo giungere alla pubblicazione, al fine poi di avere credito per ottenere finanziamenti per altre ricerche che serviranno solo a nuove pubblicazioni e così via all'infinito. E anche la qualità delle ricerche davvero realizzate sarebbe senz'altro migliore, perché in quel mondo ideale di poche parole nessuno vorrebbe sprecarsi con un articolo su una ricerca che gli altri ricercatori bollerebbero come di cattiva qualità. Le parole verrebbero risparmiate e usate con attenzione. E certamente migliorerebbero anche concisione e chiarezza, senza le infinite ripetizioni in più articoli degli stessi risultati degli stessi studi clinici, le infinite introduzioni, le sbrodolate conclusioni, che rendono gran parte degli articoli scientifici illeggibili. Proprio perché sono scritti per essere pubblicati, riempire pagine e poi finire nei curricula, e non per essere davvero letti. Ma in quel mondo ideale gli stessi editor delle riviste e i revisori impegnati nella peer-review, dovendo maneggiare meno materiale, potrebbero lavorare con più accuratezza.

E infine, riusciamo solo a immaginare quanto sarebbe facilitato il lavoro di chi deve selezionare personale sanitario qualificato, se finalmente potesse davvero non trovarsi più davanti quei campioni che si presentano con 400-500 o 1000 pubblicazioni, molte delle quali loro stessi non hanno, non dico scritto, ma neanche mai letto? Il professor Gregory Lip dell'University of Birmingham Centre for Cardiovascular Sciences è un eminente scienziato, strapremiato e stracitato, ma davvero erano tutte indispensabili, per l'avanzamento della disciplina di cui si occupa, le sue oltre 2300 pubblicazioni? Le speranze che un giorno questo mondo ideale di poche parole possa avverarsi sono veramente scarse. L'editoria accademica e biomedica sono attraversate da interessi economici di ampia portata, muovono ghost writer al servizio dell'industria, generano pubblicità, abbonamenti alle riviste e ai pacchetti editoriali, danno lavoro a società di intermediazione, a editori che cercano autori disposti a pagare pur di pubblicare, sono un ingranaggio fondamentale dell'immensa e in gran parte inutile e corrotta macchina della ricerca biomedica.

Non aggiungo altro. Vorrei restare in poche parole.