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Post 164 - Pasticciaccio mediatico sull'Alzheimer
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 25/08/2016 alle 08:49:48, in Post, cliccato 1225 volte)
Giovedì 25 agosto 2016

Titola il Times di Londra: “Scienziati creano il primo farmaco per fermare l’Alzheimer”, mentre il New York Times titola: “Il farmaco LMTX contro l’Alzheimer vacilla nella parte finale dei trial”. Ancora più esplicito il Wall Street Journal: “Farmaco sperimentale contro l’Alzheimer fallisce nei trial clinici”. Insomma, mentre i giornali inglesi, compresi il Telegraph e il Daily Mail, riportano notizie eclatanti sull’efficacia di questo nuovo farmaco, i giornali americani dichiarano apertamente che invece non funziona, che i trial clinici hanno dimostrato la sua inefficacia. Una situazione paradossale e imbarazzante che è stata riportata sul BMJ da Jacqui Wise, giornalista londinese che ha seguito la vicenda

Ecco i retroscena mediatici: tutto nasce dal congresso dell’Alzheimer Association che si è tenuto a Toronto il 27 luglio. Alle 16.30 è previsto un intervento del professor John Hardy che deve riportare i risultati dello studio clinico sponsorizzato dalla TauRx Pharmaceuticals, casa produttrice di un nuovo farmaco contro la malattia di Alzheimer, il leuco-methylthioninium o LMTX, che agisce, o meglio si dovrebbe dire, avrebbe dovuto agire, inibendo l’aggregazione della placche tau, che sono considerate un fattore patogenetico importante di questa malattia. Intanto, però, durante la mattina, la casa produttrice del farmaco rilascia un comunicato stampa nel quale afferma che, utilizzato in monoterapia, l’LMTX “ha un marcato effetto benefico su test chiave della malattia di Alzheimer in pazienti con forme leggere o moderate di malattia”. I giornali inglesi colgono al volo la notizia e partono in tromba. I giornali americani sono più cauti, e comunque aspettano la presentazione del pomeriggio, durante la quale gli specialisti presenti in sala contestano al professor Hardy la metodologia dello studio, screditando l’idea che il farmaco possa davvero funzionare.

Ecco quindi il pasticcio metodologico: il trial randomizzato e controllato realizzato con l’LMTX confrontato con placebo ha coinvolto 891 pazienti affetti da malattia di Alzheimer di entità lieve o moderata, molti dei quali stavano contemporaneamente assumendo anche altri farmaci per trattamenti preesistenti. Alla fine dello studio è però emerso che il farmaco non ha indotto nessun beneficio rispetto al placebo nei 15 mesi durante i quali è stato effettuato il confronto. A fronte di questo smaccato fallimento, gli autori dello studio hanno effettuato una seconda analisi in un sottogruppo costituito dal 15% di pazienti che non stavano assumendo nessun altro farmaco. Ebbene, su questo sottogruppo di pazienti è saltato fuori un miglioramento rispetto al placebo, sia per gli aspetti cognitivi che per le abilità funzionali e per dimensioni del cervello. Bene… si potrebbe dire, allora è vero che funziona…

Peccato che da un punto di vista metodologico questa sia una grossolana (e peraltro neppure nuova, perché ben conosciuta dagli esperti) forma di manipolazione dei dati. Analisi secondarie per sottogruppi, a meno che non siano previste nel protocollo iniziale dello studio e adeguatamente sorrette da una numerosità statisticamente significativa del campione, sono arbitrarie e ingiustificabili, e portano a conclusioni errate. Rappresentano uno strumento attraverso il quale si tenta di gettare fumo negli occhi, per non dover ammettere il fallimento. Ovviamente qualcuno ci può cascare, e così è successo ai giornalisti inglesi che hanno semplicemente rilanciato il comunicato stampa, senza analizzarlo criticamente. Sarebbe bastato aspettare le critiche che nel pomeriggio sono state fatte al professor Hardy, per evitare di cadere in un errore così grossolano.

Quindi, come ho detto già più volte, i giornalisti scientifici dovrebbero sempre essere molto critici, soprattutto (ma non solo) quando i risultati di uno studio sono apparentemente eclatanti, quando sono presentati a congressi, e quando non sono ancora stati pubblicati in riviste specializzate
. E dovrebbero cercare di farsi un po’ le ossa sulla metodologia degli studi clinici, che sono lo strumento attraverso il quale viene valutata l’efficacia dei trattamenti.

Una parola va spesa anche sull’industria farmaceutica. Sviluppare un farmaco e portarlo alla fase degli studi clinici di fase III, quella che ne valuta l’efficacia reale e apre la strada alla commercializzazione, richiede anni e anni e costa oggi cifre da capogiro. Una situazione difficile da sostenere, ma che non dovrebbe in nessun modo giustificare una manipolazione metodologica come quella sopra descritta. L’analisi per sottogruppi non può sostituire l’analisi complessiva dei dati, come si è tentato di fare nel comunicato stampa. Certamente anche gli esperti della casa farmaceutica in questione lo sanno bene. Sarebbe stato più onesto, sebbene doloroso da un punto di vista economico, ammettere l’inefficacia. Poi l’analisi per sottogruppi si può anche fare e può diventare uno spunto per un nuovo trial su pazienti in monoterapia, costruito anche da un punto di vista statistico in maniera specifica per rispondere al quesito se l’LMTX può funzionare in questo genere di pazienti.

Sarà interessante vedere come proseguirà questa vicenda metodologico-commerciale. Per ora vale a sintesi fatta dalla rivista americana Forbes, che ha affermato che la casa farmaceutica ha cercato di “costruire un successo da un trial fallito”.