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Post 163 – Giornalisti, siate incerti
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 05/07/2016 alle 07:57:28, in Post, cliccato 1616 volte)

Martedì 5 luglio 2016.

Che impatto hanno i media sui comportamenti delle persone nell’ambito della salute e delle scelte sanitarie? Quanti decidono di seguire o meno una terapia a seconda di quello che leggono sui giornali, vedono in televisione o incrociano sui social media? L’impatto sui comportamenti sembrerebbe esserci eccome, stando almeno a una ricerca appena pubblicata sul BMJ dalla quale emerge che molti inglesi avrebbero smesso di assumere statine per la prevenzione cardiovascolare primaria o secondaria, dopo che sui media è sbarcata una lunga polemica sul bilanciamento fra benefici e rischi di questi farmaci.

La storia è iniziata nel 2013, quando furono pubblicati sul BMJ due articoli fortemente critici nei confronti delle statine utilizzate in pazienti a rischio cardiovascolare medio o basso. Da quel momento la discussione si è spostata sui media, arrivando a toccare il picco a marzo 2014, proprio mentre si avvicinava l’uscita delle nuove linee guida del NICE (UK National Institute for Health and Care Excellence) destinate ad allargare l’uso delle statine verso persone con un livello di rischio cardiovascolare inferiore.

Adesso, un gruppo di ricercatori guidati da Anthony Matthews del Department of Non-Communicable Diseases Epidemiology della London School of Hygiene and Tropical Medicine è andato a rilevare come è cambiato il consumo di statine in relazione a questa controversia largamente rappresentata sui media inglesi. Lo ha fatto utilizzando dati provenienti da un database della medicina di base considerato rappresentativo della popolazione inglese. Si è così scoperto che in corrispondenza al dibattito sui media c’è stato un aumento delle interruzioni nell’assunzione di statine (che come si sa deve essere continuativa) da parte di persone che le prendevano sia per prevenzione primaria, sia per prevenzione secondaria. La riduzione ha interessato soprattutto persone più anziane e quelle che erano in trattamento da più tempo. Non si sono modificati invece gli inizi di nuovi trattamenti.

In realtà si sa bene, e lo sanno anche gli autori della ricerca, che questo genere di studi di tipo osservazionale non consente di rilevare una correlazione causa-effetto. Quindi da questa indagine non si può trarre la conclusione che il dibattito sui media abbia causato le interruzioni di terapia, ma solo che esiste una suggestiva corrispondenza temporale. Eppure è partita comunque una nuova discussione, questa volta sul ruolo che dovrebbero avere o non avere i media, e sul senso di responsabilità che dovrebbe gravare sui giornalisti per l’influenza che i loro servizi possono avere sulle scelte sanitarie delle persone. Ad esempio, i ricercatori inglesi hanno calcolato che se l’astensione dal trattamento con le statine dovesse continuare per i prossimi dieci anni, potrebbe tradursi in un aumento di oltre 2000 eventi cardiovascolari, come infarti e ictus.

Quindi, non sarebbe meglio se i media si astenessero dal mettere in piazza questo genere di discussioni, lasciandole all’ambito degli specialisti, per non influenzare scelte di grande rilievo sanitario sia per l’individuo sia per la società? O dovrebbero proprio, al contrario, dedicare a esse ancora più spazio, impegnarsi maggiormente nel rappresentare le aree grigie e le incertezze della Medicina, aiutando così i cittadini a capire e scegliere anche in base alle loro preferenze? Dovrebbero quindi i media svolgere anche un ruolo di ragionata educazione sanitaria, visto che influenzano comunque i comportamenti? Di incertezze peraltro la Medicina ne ha molte più di quanto generalmente si creda, e i media tradizionalmente non sono particolarmente interessati a metterle in mostra. Tendono piuttosto, per loro stessa natura, a lasciarsi attrarre dalla forza giornalistica dell’efficacia, vera o presunta che sia. E’ più facile far passare sui media i vantaggi di un nuovo trattamento piuttosto che le sue incertezze, i suoi effetti collaterali, i suoi rischi. E questo anche senza invocare manipolazioni e conflitti di interesse che comunque sono sempre in agguato in quest’ambito.

In un editoriale sul BMJ di commento all’articolo di Anthony Matthews, è intervenuto anche Gary Schwitzer, editor del sito Health News Review  dedicato al dialogo pubblico sulla sanità, ad aiutare le persone a interpretare adeguatamente notizie, messaggi pubblicitari e campagne di informazione di ambito sanitario. La sua posizione in merito, che condivido pienamente, è la seguente: “Se storie riportate dai media generano nuove domande da parte dei pazienti, o un dibattito più completo tra pazienti e medici, compresa una migliore discussione sul bilanciamento (tra efficacia ed effetti collaterali o rischi dei trattamenti ndr), le preferenze personali e i valori, questo è un risultato che io decisamente approvo. Alla fin fine, propongo che questo episodio sia considerato meno come riguardante il giornalismo e più invece come qualcosa che riguarda la modalità attraverso la quale la scienza e la Medicina affrontano il tema dell’incertezza.”