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Post 147 – Contro Ebola è guerra
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 14/10/2014 alle 11:07:29, in Post, cliccato 839 volte)

Martedì 14 ottobre 2014

Ebola cresce, l’Africa centrale è in emergenza, l’Occidente si innervosisce per l’arrivo dei primi casi, come previsto: ormai i morti sono quasi 4000, secondo i dati aggiornati dell’Organizzazione Mondiale delle Sanità, il 40 per cento dei quali registrati a partire da settembre. E’ stato anche ipotizzato quello che potrebbe essere il peggior scenario da qui alla fine di gennaio: un milione e mezzo di infettati, secondo l’ US Centers for Diseases Control. E l’UN Security Council ha dichiarato l’epidemia una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. Joannie Liu, pediatra canadese, presidente di Medicins Sans Frontières, avverte che per frenare questo disastro deve intervenire l’esercito. Ne parla Sophie Arie in un articolo pubblicato sul BMJ

Dello stesso parere è Peter Piot, direttore della London School of Tropical Medicine and Hygiene, il microbiologo che per primo identificò il virus Ebola nel 1976. E, secondo Liu, le nazioni occidentali non potranno fare a meno di scendere direttamente sul campo, sporcarsi le mani, il che vorrà dire che ci saranno operatori militari e sanitari infettati e probabilmente dei morti. Ma questo, secondo Liu, sarà l’unico modo per tentare di fermare l’epidemia. Gli Stati Uniti stanno per inviare 4000 soldati che dovranno costruire strutture di isolamento e cura in Liberia, ma l’ordine al momento è di costruire, consegnare le unità a operatori locali, rientrare a casa, senza che i militari vengano a contatto con i malati. Il Regno Unito ha promesso 750 militari, la Germania altri 5000, ma finora nessuno di essi è partito. Sono tutti molto cauti, attenti a ridurre il rischio di operatori occidentali che potrebbero morire in Africa o, forse peggio ancora, riportare il virus in patria. Dice Liu: “Le nazioni stanno approcciando la questione con la mentalità dell’andare in guerra. Zero rischi. Zero vittime”.

Difficilmente l’epidemia potrà essere controllata da remoto e qui l’analogia con la guerra è stringente. I paesi occidentali ormai cercano sempre più di fare anche la guerra da remoto, al massimo dai cieli, ed evitano in ogni modo di scendere sul campo. Tra le popolazioni colpite ci sono invece operatori occidentali di organizzazioni umanitarie, come appunto Medicins Sans Frontières che ha schierato 2800 operatori locali e circa 250 internazionali. Quattordici sono gli operatori finora ammalatisi, di cui uno non africano, otto sono morti. Nel prossimo mese di novembre inizieranno trial clinici che dovrebbero dare già a dicembre qualche prima indicazione sui farmaci che potrebbero risultare efficaci. Si testeranno anche dei vaccini, ma l’eventuale disponibilità di un vaccino efficace aprirà immediatamente enormi problemi etici e forse di ordine pubblico, considerata la velocità con la quale la malattia si diffonde in Africa. A chi offrire il vaccino per prima? Alle donne incinte, agli operatori sanitari, a coloro che sono stati a contatto con i malati? Quanto tempo ci vorrà per riuscire a produrre il vaccino da fornire agli abitanti di Sierra Leone, Ghana e Liberia, tre delle nazioni più povere al mondo? Chi gestirà la campagna vaccinale e, soprattutto, chi la pagherà, considerato che fino a poco tempo fa la maggior parte degli occidentali non avrebbe saputo neanche indicare queste nazioni su una cartina?

Ebola ha anche messo allo scoperto la mancanza di una strategia internazionale organizzata per affrontare possibili epidemie. Dice ancora la dottoressa Liu: “L’Organizzazione Mondiale della Sanità si considera un’agenzia tecnica che risponde agli stati membri. In qualche modo si lascia alle organizzazioni private di tirare le fila. Qui c’è qualcosa di sbagliato”. Ebola non può essere affrontato con le pastoie della burocrazia e con l’atteggiamento di chi semplicemente cerca di starne fuori. Il virus non si fermerà davanti ai confini nazionali, come è già sotto gli occhi di tutti, quindi non è l’ennesimo problema solo africano, anche se è da lì che deve iniziare il controllo del virus. In passato i focolai iniziali di Ebola sono stati contenuti proprio attraverso immediati ed energici interventi di sanità pubblica. Con cordoni sanitari efficaci e controllo dei contatti. Bisogna evitare che la situazione sfugga di mano. Forse un primo passo in tal senso ora c’è. A settembre le Nazioni Unite hanno creato la Mission for Ebola Emergency Response (UNMEER), che ha sede in Ghana e che sarà guidata da David Nabarro, medico britannico che ha già coordinato gli sforzi delle Nazioni Unite contro l’influenza aviaria. Vediamo se avrà a disposizione tutto ciò di cui ha bisogno. Esercito compreso.