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Post 145 – Ebola: lenta ma letale
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 19/08/2014 alle 14:58:43, in Post, cliccato 1957 volte)

Martedì 19 agosto 2014

Virus Ebola, situazione molto complessa. Cominciamo con vaccini e trattamenti. Al momento sono disponibili: una preparazione sperimentale di anticorpi monoclonali che è stata utilizzata su due operatori sanitari americani e su un sacerdote ricoverato in Spagna; un farmaco della Tekmira Pharmaceuticals basato sull’interferenza con l’RNA messaggero virale, che causa la mancata produzione di proteine virali; un altro farmaco della Bio Cryst Pharmaceuticals, denominato BCX4430, che ha dimostrato in studi su animali di essere stato efficace contro il virus Marburg che è simile all’Ebola. Inoltre un vaccino è in fase 1 di sviluppo, il che vuol dire che si sta ancora valutando la sua sicurezza e che l’efficacia sull’uomo si potrà valutare solo più avanti, non prima di un anno.  Nessuno di questi trattamenti ha ancora effettuato il normale percorso in fasi necessario perché, in condizioni regolari, possa essere utilizzato sull’uomo.

Intanto però l’epidemia avanza e soprattutto cresce il numero dei morti. In alcuni paesi africani, come Guinea, Liberia e Sierra Leone, negli ultimi sei mesi sono già morte per questa grave malattia un migliaio di persone, mentre fino all’inizio di quest’anno, dal 1976, quando il virus era stato scoperto, erano morte di Ebola circa 1600 persone in totale, soprattutto in piccoli focolai in Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo.

L’organizzazione Mondiale della Sanità ha consentito l’utilizzo degli anticorpi monoclonali nei pochi pazienti occidentali che sono stati contagiati, anche se si trattava di un una cura ancora non correttamente e completamente sperimentata, ma per un utilizzo estensivo di questi trattamenti su ampie popolazioni, la questione diventa molto più complicata. E’ evidente che, anche da un punto di vista etico, a fronte di una malattia con una mortalità oscillante tra il 50 e il 90 per cento, non si possa andare troppo per il sottile, anche a rischio di utilizzare un farmaco che non è stato adeguatamente sperimentato e che potrebbe fare più male che bene. Tra l’altro l’FDA americana ha una regolamentazione specifica per le emergenze sanitarie, la cosiddetta “regola dei due animali”: se un farmaco ha dimostrato di essere efficace in due differenti animali e di non avere importanti effetti collaterali sull’uomo sano, può essere utilizzato eccezionalmente sull’uomo su base compassionevole. Significa dare un farmaco non sperimentato e potenzialmente pericoloso, ma a una persona che molto probabilmente morirà comunque a breve della malattia che ha contratto, per la quale non ci sono altre cure efficaci e sicure disponibili.

All’orizzonte però ci sono, come dicevo, problemi più complessi, di carattere culturale e organizzativo. Nelle aree rurali di molti paesi africani, proprio lì dove l’Ebola sta spopolando, c’è diffidenza nei confronti della medicina occidentale. In alcuni casi serpeggia il sospetto che siano proprio i medici occidentali a diffondere la malattia. Quindi cosa potrebbe accadere se i trattamenti sperimentali utilizzati in larga scala si dimostrassero pericolosi o letali? E se al contrario dovessero invece dimostrare di essere efficaci e sicuri, come affrontare la richiesta da parte di un numero crescente di persone terrorizzate quando non esistono che poche scorte di farmaci sufficienti solo per un limitato uso sperimentale? Inoltre, secondo Heinz Feldmann, esperto di Ebola e direttore dell’ US National Institute of Allergy and Infectious Diseases’ Rock Mountain Laboratories di Hamilton, in Montana, al momento in Africa le persone si rivolgono ai medici solo quando compaiono sintomi molto avanzati, uno stadio nel quale non c’è nessun farmaco neppure sperimentale che possa più salvarli.

Il contenimento dell’epidemia al momento dovrebbe quindi basarsi essenzialmente sul riconoscimento precoce dei casi e sul loro isolamento, sull’impiego di adeguate protezioni per il personale sanitario, sul trattamento medico generale, per tentare di ridurre la mortalità. Infatti l’Ebola è una malattia che inizia con sintomi simil-influenzali, con diarrea e vomito, ma rapidamente evolve attraverso emorragie interne ed esterne e la progressiva perdita di funzionalità di molti organi. Tuttavia, e questo è forse l’unico aspetto positivo di tutta la faccenda, il virus si trasmette solo attraverso i fluidi corporei e solo nelle fasi finali della malattia. Il problema è che, nei paesi nei quali sta avanzando, i sistemi sanitari sono primitivi, e le tradizioni locali, comprese quelle per la sepoltura, generano contatti pericolosi tra i pazienti deceduti e il resto della popolazione. 

E così questa epidemia di Ebola sarà probabilmente un altro disastro per i paesi africani, mentre è verosimile che le popolazioni dei paesi occidentali non dovranno preoccuparsi granché, per la caratteristiche poco diffusive della malattia, compreso il fatto che il malato non è infettivo finché non sviluppa sintomi. E’ dunque improbabile che possa esserci una trasmissione epidemica in occidente, anche tenuto conto del rischio sulla carta generato dai voli aerei e dalle migrazioni.

Un editoriale del BMJ tuttavia invita gli operatori sanitari occidentali a stare all’erta, citando linee guida recentemente aggiornate. Per i pazienti che tornano da paesi africani dove l’epidemia è in corso e hanno la febbre, vanno effettuate una ricognizione e un’osservazione attenta. Inoltre sarebbe bene che le strutture sanitarie si attrezzassero per l’eventuale arrivo di casi di febbre emorragica, attivando specifici protocolli locali, predisponendo adeguate misure di isolamento e formando il personale.

“E’ questo il momento di farlo” conclude l’editoriale del BMJ.