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Post 135 - Riviste scientifiche, voltate pagina!
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 21/01/2014 alle 11:19:55, in Post, cliccato 1548 volte)

Martedì 21 gennaio 2014

E’ arrivato forse il momento in cui le riviste scientifiche devono smettere di pubblicare articoli sponsorizzati dall’industria farmaceutica. Sono giunte a un limite ormai non più sostenibile le manipolazioni di tali articoli, e sono allarmanti le loro ripercussioni sulle scelte degli operatori sanitari e sulla salute dei malati. Sul BMJ c’è un testa a testa sull’argomento fra Richard Smith e Peter Gotzsche contro Trish Groves:  i primi due chiedono che le riviste smettano di pubblicare articoli sponsorizzati, così come è stato fatto dal BMJ per gli articoli dell’industria del tabacco, Trish Groves sostiene invece che ci sono ancora le condizioni per proseguire.

Il fatto è che, come ricordano Smith e Gotzsche, ragazzacci dell’editoria e della ricerca (ma ce ne fossero…), due terzi dei trial clinici pubblicati sulle più importanti riviste internazionali, come il Lancet o il New England Journal of Medicine, sono ormai sponsorizzati dall’industria. Con tutta una sequela di interessi economici non solo per l’industria, ma anche per le stesse riviste. In poche parole, senza i trial dell’industria, le riviste dovrebbero verosimilmente chiudere. Smith e Gotzsche hanno vita facile nell’indicare i gravi danni indotti dalle ricerche sponsorizzate che trovano spazio nelle grandi riviste: citano casi, come quello degli antidepressivi inibitori della ricaptazione della serotonina, o quello degli inibitori della 2-ciclo-ossigenasi, nel quale per i pazienti ci sono state conseguenze drammatiche (migliaia di morti) proprio a causa della manipolazione dell’informazione sulle riviste scientifiche.

Detto chiaramente: ormai il clinico non può più avere fiducia in quello che legge. Dovrebbe essere capace di fare sempre fini distinzioni e operazioni critiche, ma quasi nessuno è realmente in grado di farle. Per quanto possa sembrare estremo e paradossale, la letteratura scientifica ormai veicola confusione e messaggi gravati da enormi conflitti di interesse, che il clinico non può utilizzare. Non è più un punto di riferimento. E’ stata colonizzata dagli interessi di mercato.

Trish Groves, nell’altro versante del testa a testa, prova a sostenere una difesa, dicendo tra l’altro che al momento solo l’industria è in grado di sostenere il peso della ricerca e che senza di essa la macchina si fermerebbe. Appunto, è giunto il momento di fermare una macchina impazzita e provare a farla ripartire in maniera diversa. Smith e Gotzsche propongono un nuovo modello tutto aperto e trasparente. Chi vuole realizzare una ricerca clinica, deve prima effettuare una revisione sistematica sull’argomento, per essere sicuro che di quella ricerca ci sia veramente bisogno; poi la posta sul web, dove gli altri ricercatori possono criticare e commentare la sua scelta. Lo stesso si dovrebbe fare anche con il protocollo della ricerca e con i risultati e l’analisi statistica: postarli su un sito web dove tutti possono leggere, criticare, stroncare. Le riviste non sono più in grado di svolgere questa funzione, sono diventate un’arena occupata da interessi economici non più gestibili.

L’attacco alle riviste scientifiche arriva comunque anche da altre parti. Sul Lancet, un editoriale di Sabine Kleinert e Richard Horton ricorda che lo scorso dicembre il premio Nobel in Medicina Randy Shekman ha lanciato un attacco contro le cosiddette riviste di lusso, quali Nature, Science e Cell. Chi pubblica su queste riviste guadagna punteggio per carriere accademiche, ma la verità anche qui è che la qualità degli articoli non è sempre garantita, mentre articoli di alta qualità trovano la loro strada anche verso altre riviste meno prestigiose. C’è quindi uno scollamento tra la vera qualità scientifica e l’accumulo di punteggi da parte di ricercatori e istituzioni, che poi si traducono in ulteriori finanziamenti e ulteriori ricerche di dubbia qualità e necessità. Come si sa c’è la corsa ad accumulare pubblicazioni, specie su riviste prestigiose, come se questa fosse la finalità della ricerca. Il mezzo ha sostituito il fine.

Lo stesso Peter Higgs che ha vinto per il premio Nobel per la Fisica nel 2013 – è quello del famoso bosone di Higgs, per intenderci – ha dichiarato che lui ha sempre pubblicato talmente poco, che se alla sua veneranda età dovesse cercarsi un lavoro basandosi sulle sue pubblicazioni, nessuno lo assumerebbe, tanto sono poche e rade. Eppure lui, di sicuro, aveva qualcosa di fondamentale da dire.