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Post 129 – Grazie prof Tansella, epidemiologorazionalfarmacritico
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 30/09/2013 alle 11:26:43, in Post, cliccato 1897 volte)

Lunedì 30 settembre 2013

Chi potrebbe mai credere che gli antipsicotici di seconda generazione, come l’olanzapina, hanno un’efficacia molto simile a quella degli antipsicotici di prima generazione, come l’aloperidolo? E che anche il rischio di induzione degli effetti collaterali di tipo extrapiramidale non è molto diverso, specie se si prendono in considerazione basse dosi di aloperidolo? Ed è davvero chiaro a tutti che gli effetti collaterali di tipo metabolico sono invece decisamente più alti per gli antipsicotici di seconda generazione? Molti psichiatri avrebbero difficoltà a credere a queste affermazioni, dal momento che per decenni l’industria, in gran parte responsabile del loro aggiornamento in tema di psicofarmacologia, ha raccontato esattamente il contrario. Garantendosi mercato e profitti enormi, se si considera ad esempio che nel 2010 negli Stati Uniti le vendite degli antipsicotici di seconda generazione hanno raggiunto quasi i 23 miliardi di dollari, circa il dieci per cento più degli antidepressivi, collocandoli al settimo posto nella classifica dei farmaci più costosi al mondo.

Un’analisi critica della lunga storia di confronto tra antipsicotici di prima e seconda generazione viene fatta da Robert Rosenheck, in un editoriale intitolato Second generation antipsychotics: evolution of scientific knowledge or uncovering fraud, che presenta una revisione di Frances Cheng e Peter Jones, intitolata Drug treatments for schizophrenia: pragmatism in trial design shows lack of progress in drug design.

I due articoli sono pubblicati sulla rivista Epidemiology and Psychiatric Sciences, diretta da Michele Tansella, professore ordinario di psichiatria dell’Università di Verona e Direttore della clinica psichiatrica e del Servizio psichiatrico territoriale di Verona-Sud. Il prossimo 2 ottobre il professor Tansella concluderà in suo cammino professionale all’interno dell’Università, e sarà festeggiato nel corso di una giornata di studio intitolata Improving the global architecture of mental health, alla quale parteciperanno relatori internazionali di alto profilo. Alto profilo internazionale, come è stata l’intera carriera di Michele Tansella, uno dei pochissimi psichiatri italiani riconosciuto in tutto il mondo per i suoi studi, come quelli sull’epidemiologia psichiatrica, sulla valutazione di efficacia dei servizi psichiatrici, sulla gestione dei disturbi emotivi nella medicina generale. E anche per la sua costante vigilanza e capacità critica nei confronti dell’informazione scientifica, quella sui farmaci in particolare. Intere generazioni di psichiatri hanno letto i suoi libri e i suoi articoli, densi di anticorpi contro l’approssimazione e la creduloneria pseudoscientifica. Grazie prof Tansella.

La storia degli antipsicotici di seconda generazione è lunga, e altrettanto lungo è il connubio con tutti gli strumenti possibili e immaginabili per scalzare quelli che erano diventati gli ormai poco redditizi antipsicotici di prima generazione. Rosenheck ricorda che alla fine degli anni Ottanta ci fu un revival della clozapina, capostipite della seconda generazione di antipsicotici, revival ampiamente sostenuto dai media. Cita un articolo su Time intitolato Awakenings schizophrenia: a new drug brings patients back to life. Da allora i media di tutto il mondo sono diventati, assieme all’informazione sul farmaco prodotta dall’industria, la grancassa della superiorità degli antipsicotici di seconda generazione. Anche se la realtà era già emersa ampiamente dagli studi clinici che man mano si venivano accumulando e che la revisione di Cheng e Jones ora mette puntigliosamente in fila. Parallelamente, così, tanto per allargare il mercato, veniva pompato un uso off-label di questi farmaci. Tant’è che ancora oggi molti psichiatri poco avvezzi a leggere la letteratura internazionale continuano a prescriverli per il trattamento di disturbi d’ansia o perfino come ipnotici.

Chiunque abbia esperienza di pratica psichiatrica sa quanto sia importante avere a disposizione una strumentazione farmacologica diversificata, per arrivare a personalizzare il più possibile i trattamenti e per avere maggiori possibilità nel trattamento delle persone che non rispondono al farmaco prescritto. E sa quanto lo psichiatra sia costantemente con le orecchie tese per cercare di cogliere eventuali novità farmacologiche in arrivo, che possano aiutarlo nel suo difficile compito prescrittivo. Tuttavia sarebbe davvero il momento di ricondurre alla realtà le differenze esistenti tra gli antipsicotici di prima e seconda generazione. E far sì che le decisioni prescrittive siano prese sulla base di un giudizio personale basato su un’informazione il più possibile indipendente e critica. E anche su una costante attenzione al singolo paziente. Concludono proprio in tal senso Cheng e Jones nel paragrafo sulle implicazioni cliniche: “Nella situazione attuale, i migliori farmaci antipsicotici sono quelli prescritti con la massima attenzione, senza badare alla classe o alla categoria”.