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Post 124 – Trent’anni di ricerche a vuoto
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 13/05/2013 alle 10:19:39, in post, cliccato 2019 volte)

Lunedì 13 maggio 2013

Nell’area della salute mentale non sono state realizzate negli ultimi trenta anni scoperte significative che abbiano direttamente portato a un miglioramento della pratica clinica. Lo dicono chiaramente Stefan Priebe e Tom Burns, rispettivamente professore di Social and Community Psychiatry all’Università di Londra e professore di Social Psychiatry all’Università di Oxford, in un articolo pubblicato sul British Journal of Psychiatry . Secondo i due psichiatri inglesi in questi trenta anni non sono entrati nella pratica clinica farmaci antipsicotici, antidepressivi o stabilizzatori dell’umore più efficaci di quelli esistenti prima. Anche sul versante delle psicoterapie, dicono, non ci sono stati grandi cambiamenti o scoperte. Su questo punto dissente Giovanni Fava, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università di Bologna, in un articolo intitolato “Quale psichiatria”, pubblicato sul numero 2 del 2012 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane , dove ricorda come invece, almeno in Italia, oggi siano disponibili psicoterapie molto più efficaci di quelle di trent’anni fa. Fondamentali passi avanti si sono certamente realizzati nella conoscenza della genetica delle malattie mentali e più in generale nell’ambito delle neuroscienze di base, ma praticamente senza nessuna ricaduta sulla qualità dell’assistenza ricevuta dai pazienti e dalle loro famiglie.

La riflessione è interessante anche perché in questi trenta anni la ricerca in ambito psichiatrico ha continuato a fiorire, assorbendo grandi quantità di fondi, e sono stati pubblicati migliaia e migliaia di articoli scientifici primari su decine e decine di riviste internazionali ad elevato impact factor. La gigantesca macchina ha continuato a girare e continua a farlo, anche in assenza di sostanziali miglioramenti della pratica clinica. D’altra parte è una macchina che ormai nessuno potrebbe più fermare, si automantiene, non ha bisogno di generare risultati concreti. Secondo Priebe e Burns uno dei motivi di questa inconcludenza è da individuarsi proprio nelle modalità con le quali viene realizzata la ricerca accademica. I cicli di valutazione delle performance dei singoli ricercatori e delle istituzioni sono molto brevi e sottoposti all’intensa pressione del publish or perish, così che l’obiettivo diventa il pubblicare più che il far davvero avanzare le conoscenze. La ricerca è cauta, punta a piccoli miglioramenti del già conosciuto, non si assume i rischi di provare a diventare creativa e innovativa. Un male che affligge tutti i campi della Medicina, ma che in ambito psichiatrico si è fatto sentire con particolare intensità.

Meno male che nel frattempo, anche in assenza di nuove scoperte, ci sono stati comunque miglioramenti nella pratica clinica, dovuti alla maggior diffusione delle informazioni, alle pratiche di governo clinico e di gestione della qualità degli interventi, alla diffusione in tutti i paesi sviluppati della psichiatria di comunità e dei suoi servizi. Sono state messe a punto revisioni sistematiche di letteratura e metanalisi, sono state diffuse e implementate linee guida, si è combattuto lo stigma nei confronti dei disturbi psichici. Così i pazienti psichiatrici hanno visto comunque migliorare le loro condizioni di vita.

Quello che personalmente mi colpisce di più è l’arresto che sembra esserci stato sul versante psicofarmacologico. Negli anni Cinquanta e Sessanta sono state scoperte le benzodiazepine, gli antipsicotici e gli antidepressivi, in maniera del tutto empirica, quando ancora le conoscenze neurobiologiche di base erano pressoché inesistenti. Poi, nonostante il tentativo commerciale di presentare come una rivoluzione l’arrivo dei nuovi antidepressivi (dagli SSRI, gli inibitori della ricaptazione della serotonina, in avanti) e dei nuovi antipsicotici, in realtà si è trattato solo di piccole variazioni sul tema di efficacia, sicurezza e maneggevolezza. Paradossalmente, più descriviamo accuratamente i disturbi psichiatrici (parcellizzati all’infinito dai vari DSM, i Manuali diagnostici e statistici dell’American Psychiatric Association – ora arriva il DSM-V, tra polemiche e ripensamenti), più ci avviciniamo a capirne i substrati neurobiologici, meno sembriamo in grado di manipolarli farmacologicamente. O forse, semplicemente, non abbiamo fortuna, considerando che le scoperte degli anni Cinquanta e Sessanta sono state in larga parte casuali.