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Post 115 – Uomini e topi, e Alzheimer
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 12/09/2012 alle 08:08:44, in Post, cliccato 2338 volte)

Mercoledì 12 settembre 2012

Una speranza per i malati di Alzheimer, ma anche un difficile interrogativo etico . Sono la conseguenza dei risultati di una ricerca pubblicata dalla rivista Science  intitolata ApoE-Directed Therapeutics Rapidly Clear β-Amyloid and Reverse Deficits in AD Mouse Models  che ha dimostrato come il bexarotene, un farmaco già sul mercato per il trattamento di una forma cutanea del linfoma non-Hodgkin, è in grado di ridurre del 50 per cento in sole 72 ore le placche di beta-amiloide nel cervello, che sono causa della malattia di Alzheimer. Risultato straordinario. Peccato però che lo studio per ora sia stato realizzato solo sui topi. La questione è stata ripresa anche dal New England Journal of Medicine con un editoriale, intitolato Preclinical Success against Alzheimer's Disease with an Old Drug  e una riflessione etica intitolata The Ethics of Early Evidence — Preparing for a Possible Breakthrough in Alzheimer's Disease, oltre che da Roberto Satolli, con un cauto e illuminato punto di vista giornalistico, in un editoriale pubblicato nelle pagine di Salute del Corriere della Sera di domenica scorsa. Satolli, oltre che un giornalista scientifico di grande esperienza è anche presidente di un Comitato Etico, quindi ha capito al volo quali problemi vengono sollevati da una situazione di questo tipo.

Ciò che rende questo caso del tutto particolare è il fatto che da una parte c’è una ricerca, realizzata però sui topi, che quindi, secondo regola, dovrebbe essere presa con le molle; infatti efficacia nel topo non vuol poi dire automaticamente efficacia nell’uomo, come è già successo tante altre volte. Però dall’altra ci sono almeno tre fattori da considerare:

1) L’efficacia sembra veramente eclatante, con una scomparsa delle placche del 75 per cento dopo 14 giorni di trattamento, e anche con la ripresa di alcune funzioni cognitive (certo, funzioni cognitive di topi, è ovvio, però…)

2) La malattia di Alzheimer è una malattia grave, invalidante e progressiva, per cui è naturale che chi ne è affetto e i suoi familiari cerchino di accedere rapidamente a qualunque rimedio possibile si affacci all’orizzonte

3) Il farmaco il questione, il bexarotene, è già sul mercato, quindi ha tutte le carte in regola e le autorizzazioni necessarie per l’impiego nell’uomo, anche se in una patologia diversa dall’Alzheimer.

Quello che si profila è la possibile richiesta ai medici da parte di malati e di associazioni di malati di prescrizioni off label (ossia per indicazioni diverse da quelle approvate), sulla scorta dei risultato di uno studio condotto sui topi. Cosa dovrebbe rispondere un medico a una domanda di questo tipo? Ovviamente dovrebbe rispondere negativamente, dal momento che non ci sono prove di efficacia del bexarotene nel malato di Alzhiemer, né studi osservazionali né studi sperimentali. Inoltre non c’è l’autorizzazione formale all’impiego di questo farmaco al di fuori dei casi di forma cutanea del linfoma non-Hodgkin.

Ma cosa dovrebbe rispondere quel medico da un punto di vista etico e di relazione con il paziente e i suoi familiari? Bisogna aggiungere che ormai sono ben conosciuti i possibili effetti collaterali del bexarotene, consistenti in un aumento di trigliceridi e colesterolo, un’interferenza dell’azione dell’insulina nel diabete, l’induzione di ipotiroidismo e leucopenia, aumento dei parametri funzionali epatici. Ma si sa anche che il farmaco può aumentare il rischio di patologie gravi come la pancreatite acuta. Potrebbe, o dovrebbe, un medico ponderare in maniera autonoma il bilanciamento tra questi possibili effetti collaterali e un effetto potenzialmente così eclatante su una malattia tanto grave e progressiva? Oltretutto, se il bexarotene confermasse la stessa efficacia anche nell’uomo, probabilmente non ci sarebbe bisogno neppure di mettere in piedi studi sperimentali, e per confermarne l’efficacia potrebbero bastare anche solo studi osservazionali molto più semplici e rapidi da realizzare.

C’è da scommettere che questa vicenda diventerà molto presto una questione nella quale saranno coinvolti medici, pazienti, associazioni di malati, media e giudici. Provo a osservare la questione dal punto di vista di medico ma anche di potenziale malato. Se sapessi di starmi avviando verso l’Alzheimer, credo che non esiterei a sperimentare su me stesso il farmaco, dando il via a un N of 1 trial, forse metodologicamente poco corretto, su me stesso. Diverso, ovviamente, il discorso della responsabilità se dovessi prescrivere il farmaco a un’altra persona, ma l’interrogativo etico è lo stesso. Per tentare di risolvere la difficile questione e ridurre il rischio di salti in avanti, bisognerebbe che gli enti competenti avviassero rapidamente gli studi clinici necessari. Ma la percezione del tempo, in questi casi, può essere molto diversa tra il mondo scientifico e regolatorio e chi si rende conto che lui stesso, il coniuge, un genitore, una persona cara, giorno dopo giorno, si addentra nelle nebbie della malattia di Alzheimer.