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Post 114 – Haemophiliacs in concerto
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 05/09/2012 alle 11:21:04, in Post, cliccato 1057 volte)

Mercoledì 5 settembre 2012

Com’è misterioso e potente il linguaggio della Medicina! Complicato, talvolta aulico , ultimamente sempre più tecnico e affollato di acronimi, difficile per chi non è introdotto. Perfino termini che sarebbero correnti nel linguaggio di tutti i giorni vengono contratti e resi inaccessibili. L’altro giorno sono dovuto andare al Pronto Soccorso oculistico e sono uscito con un referto che diceva “Lac occhio destro”. Chissà che sembra, ma mi si era solo accartocciata una Lente a Contatto nell’occhio ed era sparita in qualche recesso congiuntivale, per cui non riuscivo a toglierla. Ma così è, creiamo continuamente, anche quando sembrerebbe non essercene bisogno, termini e acronimi che alle volte sono comprensibili solo all’interno di una specifica specialità medica. E’ per questo che la terminologia della Medicina attrae e respinge. Attrae gli studenti di Medicina perché introduce nell’universo nel quale stanno per entrare, ma attrae anche i medici già navigati per una sua intrinseca bellezza, e per certe sue stranezze, che però poi, quando ti abitui a usarla, praticamente non percepisci più. Respinge perché tiene lontani i non adepti, traccia un solco, una linea di demarcazione tra chi sa e chi non sa, tra chi sta da una parte della scrivania e chi sta dall’altra. Anche se poi, la vita insegna che passare dalla rassicurante sedia del medico a quella del paziente è questione di un attimo. Comunque, come tutti i linguaggi specializzati, il linguaggio medico ha una sua precisa funzione anche pratica e concreta. Permette ai medici e agli operatori sanitari di essere specifici, di scambiarsi rapidamente informazioni, talvolta in maniera un po’ cifrata, così che il paziente possa essere protetto da impatti rudi con realtà non sempre piacevoli.

Sulle peculiarità del linguaggio medico riflette Alessandra Colaianni della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimore, che ha appena pubblicato un articolo sugli Annals of Internal Medicine, intitolato The Language of Medicine, nel quale fa una disamina anche di alcune delle stranezze del linguaggio medico. Certi termini, ad esempio, aprono involontariamente le porte della fantasia. Non so a quanti succeda, ma mi ha fatto piacere scoprire che non sono l’unico soggetto a questo fenomeno. A lei, per esempio, il termine The Haemophiliacs sembra il nome di un band punk inglese, The Obturators il nome di un gruppo Heavy Metal, mentre i Mucociliary Escalator quello di una garage rock band. A un certo punto, con i suoi compagni di studio la dottoressa Colaianni aveva anche iniziato un gioco in cui si faceva a gara a immaginare significati paradossali per i termini medici, una distrazione dalle difficoltà e da una certa aridità insita nello studio della materia medica.

Con il passare degli anni, la terminologia medica tende a sembrare normale a chi la usa quotidianamente, così che espressioni quale “ulcerazioni serpiginose con essudato infiammatorio” sembrano  ragionevoli. Ma l’impatto emotivo della terminologia medica sui pazienti non è mai davvero ben conosciuto, e risulta spesso sottovalutato. Medici e operatori sanitari diventano col tempo talmente abituati al loro linguaggio, che perdono facilmente di vista il potente effetto evocatorio che esso può avere nell’interazione con i pazienti. Questo è un po’ il versante oscuro del linguaggio medico, quello che non ha niente a che vedere con la fantasia e che non fa ridere, come la dottoressa Colaianni spiega bene nel suo articolo. Il linguaggio medico può spaventare a morte le persone, diventare un’arma capace di offendere, generare confusione in chi vorrebbe ricevere un messaggio chiaro e se possibile rassicurante, così che bisognerebbe sempre essere consapevoli del suo misterioso potere ogni volta che lo si utilizza.

Uno spazio particolare è dedicato poi dalla dottoressa Colaianni al termine “idiopatico”. Il termine viene dal greco antico: idios che vuol dire se stesso e pathos che vuol dire sofferenza. Cioè qualcosa che fa soffrire di per sé, senza che se ne sappia la causa. Sembra implicare una qualche oscura forma di responsabilità da parte del paziente che dovesse soffrire di un disturbo idiopatico, mentre la realtà, ovviamente, è che un disturbo idiopatico è solo un disturbo per il quale la Medicina, ma anche talora solo quello specifico medico, non sa (ancora) indicare nessuna causa precisa…