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Scire – Post 15: Ti darò quello che vuoi
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 15/10/2008 alle 19:19:11, in Post, cliccato 3845 volte)
Mercoledì 15 ottobre 2008
 
Sesso, sangue e soldi. Sono le tre esse che guidano il giornalista nella scelta degli articoli da pubblicare, perché lui sa che questo vuole il lettore. Per le riviste scientifiche il meccanismo di base non è tanto diverso. Si cerca la notizia. Il botto. In termini scientifici, s'intende. E in termini scientifici il botto si chiama “risultati positivi”. Funziona così: le ricerche cliniche che alla fine dimostrano la maggior efficacia di un nuovo farmaco o di una nuova tecnica, oppure la superiorità dell’ultimo strumento diagnostico, hanno molta più probabilità di essere pubblicate anche su riviste di prestigio, rispetto alle ricerche che invece hanno riportato “risultati negativi”, ossia che non hanno potuto dimostrare la superiorità del nuovo farmaco o della nuova tecnica. A prima vista può sembrare normale, ma normale non è.
 
In uno studio clinico, quello che conta, che dovrebbe contare, è la qualità della metodologia utilizzata, non i risultati ottenuti. Se la metodologia della ricerca è di qualità, poco dovrebbe importare se alla fine i risultati sono positivi o negativi. Si tratta comunque di risultati utili per l’avanzamento delle conoscenze. Ma per le riviste scientifiche non è proprio così. Si chiama bias di pubblicazione, ed è appunto quel fenomeno per il quale le riviste scientifiche hanno una preferenza verso la pubblicazione di articoli che riportano risultati positivi. Peccato però, che, come ricorda una riflessione apparsa sulla rivista open access intitolata PLoS Medicine (1), i nuovi studi con risultati positivi vengano poi facilmente contraddetti dalle successive ricerche. Una valutazione dei 49 articoli più citati sull’efficacia di interventi medici, pubblicati sulle riviste internazionali di maggior prestigio tra il 1990 e il 2004, ha dimostrato che circa un quarto dei trial randomizzati pubblicati risultava già sbugiardato o ampiamente ridimensionato nel 2005. Un esempio eclatante di bias di pubblicazione è quello dei trial sugli antidepressivi. Ne ha parlato recentemente un articolo apparso sul NEJM (2). Quasi tutti i trial sull’efficacia degli antidepressivi che hanno dato risultati positivi sono stati pubblicati, mentre la gran parte dei trial con risultati negativi, anche quelli presentati all’FDA, o non sono stati pubblicati o sono stati pubblicati con artifici che li hanno fatti in qualche modo apparire con risultati positivi. Quello che ne deriva è una gran confusione. E’ vero che poi ci sono le revisioni sistematiche che dovrebbero servire a tirare le fila, scartando gli articoli pubblicati ma con bassa qualità metodologica e recuperando quelli non pubblicati di buona qualità, ma che fatica! Perché allora non pubblicare direttamente solo gli articoli di buona qualità, a prescindere dai risultati?
 
Questo strano funzionamento delle riviste medico-scientifiche è motivato dal fatto che, proprio come i giornali che compriamo in edicola, ognuna di queste riviste ha bisogno, per mantenere il suo mercato, di essere più letta delle altre, di ricevere più manoscritti delle altre (che in gran parte rifiuterà, ma questo servirà comunque a darle prestigio, creando il mito della competizione per poter essere pubblicati su quella rivista), e anche di essere citata più delle altre. E si capisce bene come pubblicare articoli con risultati positivi sia un ottimo sistema per ottenere questi obiettivi. Anche se poi quei risultati positivi si sa che corrono il rischio di essere travolti e annullati dall’analisi critica della metodologia utilizzata dai ricercatori o da successivi studi clinici. Intanto, però, il botto è fatto, il lettore ha avuto quello che voleva, l’articolo è citato, l’Impact Factor della rivista ne ha beneficiato.
 
In pratica: chi legge la letteratura medico scientifica per tenere aggiornata la propria pratica clinica, tenga presente che quando legge un articolo che riporta risultati positivi di una ricerca su un nuovo farmaco o una nuova tecnologia, deve essere molto cauto, in particolare verso quelle che potrebbero essere le possibili applicazioni alla clinica. E’ necessario valutare molto attentamente la metodologia dello studio, per vedere se in qualche modo può essere stata “piegata” così da dare risultati positivi; ci si deve interrogare su possibili conflitti d’interesse degli autori, perché è bene ricordare che un articolo con risultati positivi potrebbe avere un’influenza significativa sul mercato di quel farmaco o di quella tecnologia, oppure sulla carriera e sui futuri finanziamenti di quel ricercatore, e così via. Che piaccia o no, è bene sapere che le riviste medico scientifiche, specialmente le più importanti, non servono solo al nobile compito dell’avanzamento delle conoscenze, ma svolgono anche un ruolo promozionale e di marketing, e alle volte lo fanno in maniera ben consapevole.
 
C’è una soluzione? John Ioannidis, insigne epidemiologo clinico ed esperto di metodologia della ricerca clinica, ha proposto (3) che la strategia di pubblicazione delle riviste dovrebbe modificarsi, dando la preferenza alla pubblicazione degli articoli con risultati negativi, che possono in gran parte essere considerati scevri dai rischi di manipolazione o esagerazione tipici degli articoli con risultati positivi. Si dovrebbero invece pubblicare solo pochi, ben selezionati studi con risultati positivi, i quali abbiano già potuto dimostrare una coerenza interna e soprattutto una riproducibilità. Ma non mi sembra che ci siano grandi segnali in tal senso. Un’esplicita attenzione verso gli studi con esito negativo la pone però la rivista PLoS Medicine, che, come tutte le altre riviste del gruppo PLoS (Public Library of Science), considera la ricerca medica e i suoi risultati come una risorsa pubblica, il cui obiettivo finale non dovrebbe avere finalità di marketing, ma solo di miglioramento della salute.

Per leggere la bibliografia citata nel Post clicca sui link:

1) Young NS, Ioannidis JPA, Al-Ubaydli O (2008). Why Current Publication Practices May Distort Science. PLoS Med 5(10): e201
http://medicine.plosjournals.org/archive/1549-1676/5/10/pdf/10.1371_journal.pmed.0050201-S.pdf

2) Erick H. Turner, Annette M. Matthews, Eftihia Linardatos, Robert A. Tell, and Robert Rosenthal. Selective Publication of Antidepressant Trials and Its Influence on Apparent Efficacy. NEJM, 358;3:252-260.

3) John P.A. Ioannidis (2006). Journals Should Publish All "Null" Results and Should Sparingly Publish "Positive" Results. Cancer Epidemiol. Biomarkers Prev. 15: 186.