\\ Home Page : Articolo : Stampa questo post
Scire – Post 96: Fantasmi industriali
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 11/08/2011 alle 18:45:57, in Post, cliccato 1329 volte)

Venerdì 12 agosto

Come accade in certi romanzi gotici, a un certo punto il fantasma si mette a parlare, si rivela. Così fa Linda Logdberg, biologa del Fernbank Science Center di Atlanta, in Georgia, in un articolo pubblicato su PLoS Medicine, nel quale racconta gli oltre dieci anni della sua attività di ghostwriter per l’industria farmaceutica. Il ghostwriter, letteralmente “scrittore fantasma” è quel professionista della scrittura, quasi sempre dotato anche di una formazione scientifica, che scrive materiali pubblicitari, newsletter, programmi di formazione, monografie e diapositive per medici e infermieri, per conto dell’industria. E spesso è anche la mano nascosta dietro ad articoli “scientifici” che poi vengono firmati da nomi conosciuti delle varie specialità mediche, i quali, in realtà, alla stesura di quell’articolo non hanno mai partecipato. Da qui la definizione di “scrittore fantasma”.

La Logdberg, licenziata alcuni anni fa, dopo che aveva concesso un’intervista al New York Times, e minacciata di ritorsioni legali per aver rotto il vincolo della riservatezza, racconta come, man mano che la sua carriera avanzava verso industrie più grandi, i suoi contatti nelle aziende fossero sempre più persone prive di ogni preparazione scientifica. Erano gli uomini del marketing a tenere i contatti con chi doveva scrivere gli articoli. Così riceveva istruzioni a segnalare gli effetti indesiderati dei farmaci come “effetti avversi” per i farmaci della concorrenza (un infarto causato dal farmaco X di un’altra azienda); come “eventi avversi” per i farmaci dell’azienda per cui stava lavorando (un infarto presentatosi mentre il paziente assumeva il farmaco Y). Importanti differenze subliminali.

Ma per quale motivo una persona che ha una formazione scientifica dovrebbe prestarsi a un gioco così poco etico come la manipolazione delle informazioni che arrivano a medici e infermieri? Anche su questo punto la Logdberg è trasparente, e spiega che le motivazioni sono le più banali e personali. Lei aveva tentato invano di lavorare nella ricerca, ma non aveva trovato lo spazio desiderato, così, avendo due bambini a casa da seguire, a un certo punto si convince che forse scrivere di scienza per l’industria può offrire i vantaggi del lavoro a domicilio con orario elastico, oltre che rappresentare un modo per svolgere un ruolo sociale positivo. Senza contare che lo stipendio era buono, “veramente buono” dice la Logdberg.

Presto, però, si accorge che la realtà è molto diversa. Vede uscire suoi articoli scientifici su riviste internazionali esattamente come li aveva scritti lei, senza che il firmatario avesse cambiato una virgola (chissà se lo aveva almeno letto), e questo la sconcerta e la fa riflettere sulla credibilità della letteratura scientifica internazionale. Poi un giorno le chiedono di scrivere un articolo su un farmaco che dovrebbe trattare l’ipotiroidismo subclinico, ossia “il niente subclinico” dice la Logdberg, e così alcune remore etiche cominciano ad affacciarsi alla sua mente. Ma la rottura avviene quando sta revisionando un articolo su un farmaco per il trattamento del Disturbo da deficit di attenzione nei bambini, e si rende conto che l’azione di quel farmaco proprio non corrisponde a ciò che le famiglie si aspetterebbero da una cura per questo disturbo. Lei lo sa bene, i suoi due bambini ne soffrono entrambi. Chiede allora insistentemente di parlare con “l’autore” dell’articolo, per provare a chiarire i suoi dubbi, ma l’uomo del marketing aziendale le nega questa possibilità. “Limitati a scrivere” è la secca risposta che riceve.

Linda Logdberg ha recentemente raccontato la sua esperienza anche a un convegno sull’etica della letteratura scientifica, nella speranza di poter dare ora un contributo al superamento dell’inestricabile mescolanza tra scienza e pubblicità occulta che da molti anni ormai rende sospetta la letteratura medica e che costringe chi la vuole consultare a difficili e faticose azioni di filtro. La sua proposta è che la pubblicità sui farmaci si faccia alla luce del sole e che per quanto riguarda la vera informazione scientifica, gli autori degli articoli se li scrivano da soli, lasciando all’industria il solo compito di controllare dati minimali, come dosaggi, effetti collaterali, sviluppo post-marketing. No so se possa bastare.

Non credo. Quello che servirebbe è un profondo cambio di mentalità. Bisognerebbe che i clinici uscissero dallo stato di soggezione che hanno nei confronti dell’industria farmaceutica, che non accettassero passivamente i protocolli di ricerca che questa produce, che si rendessero conto delle proprie condizioni di conflitto di interesse quando ricevono benefit di vario genere, e si potrebbe continuare in un lungo elenco. Non vorrei sembrare categorico, ma non credo che all’orizzonte si prospetti nulla del genere, visto che anche in sanità e Medicina, come nel resto della società, la logica del massimo profitto sembra imperare indisturbata.