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Scire – Post 89: PDTA: il prodotto finito dell’assistenza sanitaria
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 06/04/2011 alle 17:42:47, in Post, cliccato 1847 volte)

Mercoledì 6 aprile 2011

Sviluppare e applicare nella pratica clinica reale un percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) è un’esperienza molto istruttiva. E’ quello che sto facendo assieme a un nutrito gruppo di altri colleghi, dedicando parte del mio tempo professionale alla stesura e all’applicazione del percorso del carcinoma del colon retto: dallo screening di popolazione, via via alla colonscopia, alla possibile diagnosi di una neoplasia, con tutte le sue implicazioni mediche e psicologiche, alla realizzazione del sistema di prenotazione degli esami di stadiazione e preoperatori, fino all’intervento chirurgico, alle eventuali radioterapia e chemioterapia, giù giù fino all’organizzazione del follow-up. Tenendo sempre conto della necessità di offrire al cittadino adeguata assistenza psicologica e trattamento del dolore, se necessari. E tenendo conto della necessità di far viaggiare le persone lungo il percorso accompagnate da una adeguata documentazione sanitaria che le segua, facendo quindi viaggiare anche le dovute informazioni cliniche.

Come è facile capire, si tratta di un compito complesso, che deve mettere insieme il lavoro di professionisti medici e non medici appartenenti ad almeno cinque diversi Dipartimenti. Però è una bella esperienza professionale, se il compito viene svolto con la consapevolezza e il (grave) senso di responsabilità derivanti dal fatto che il buon funzionamento del percorso sarà il miglior conforto possibile per chi avrà avuto la sfortuna di incappare in questo tumore. Il suo malfunzionamento sarà invece un ulteriore peso sulle sue spalle che si sarebbe potuto evitare. La responsabilità è dunque veramente grande. E infatti, mi è chiaro che il PDTA è il vero prodotto finito che le istituzioni sanitarie offrono sulla piazza, l’oggetto che poi viene consumato dai cittadini e sul quale i cittadini ci giudicano, e dal buon funzionamento del quale spesso dipende il vero esito clinico. A che serve farsi operare da un grande chirurgo se questo avviene oltre i limiti temporali di sicurezza? O se poi non si ha accesso alla radioterapia? O se non c’è un professionista che ti seguirà per il follow-up? O se sarai tu stesso a doverti barcamenare tra specialisti e prenotazioni, senza percorsi ottimali prestabiliti?

Normalmente i PDTA sono definiti come una applicazione locale di Linee Guida fatta tenendo conto del contesto al quale sono applicate, contesto che spesso presenta una serie di ostacoli che il PDTA stesso deve cercare di superare. Ma quando il percorso è così complesso, in realtà ci si trova quasi a ogni passaggio a tentare di trasferire nella pratica raccomandazioni basate su prove di efficacia di diverso livello, e a farlo sapendo che il loro trasferimento in pratica non è mai facile o scontato. Infatti, modificare pratiche cliniche è, come si sa, uno dei maggiori problemi di quella disciplina chiamata Governo Clinico.

Ma un PDTA realizzato sul campo non ha come obiettivo solo quello di modificare pratiche cliniche facendole aderire il più possibile alle migliori evidenze scientifiche. Ha anche l’altrettanto difficile compito di far “scivolare” l’organizzazione dei servizi in maniera che questi siano il più possibile aderenti alle esigenze dei cittadini e dei pazienti. Altro compito non facile. Le istituzioni sanitarie, lasciate a se stesse, sembrano organizzarsi spontaneamente secondo principi di funzionamento istituzionale, che possono anche tenere in pochissimo conto le esigenze di coloro i quali di quelle istituzioni devono usufruire. In altre parole, l’organizzazione, per sua natura, tende a guardare principalmente se stessa, non chi deve utilizzarla. Se si vuole far aderire il funzionamento delle istituzioni sanitarie alle esigenze di cittadini e pazienti bisogna forzarne i meccanismi, proporre nuovi punti di vista e interventi di miglioramento, e perfino imporre cambiamenti, ammesso che questo sia possibile. E poi sarà anche necessario vigilare, piazzando qui e là indicatori per la rilevazione continuativa del buon funzionamento reale degli snodi organizzativi cruciali.

Intanto, tra le prime azioni che ho programmato c’è anche quella di intervistare i pazienti che oggi già si trovano alla fine del percorso, per rilevare dalla loro viva voce quali sono state le maggiori difficoltà che hanno incontrato e avere suggerimenti su come fare per superarle. Spero di trarne indicazioni utili, ma già so che sarà dura far prevalere il punto di vista dei pazienti su quello dell'istituzione.