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Scire – Post 86: Il mistero di chi sa e non fa
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 07/02/2011 alle 08:26:03, in Post, cliccato 2331 volte)

Lunedì 7 febbraio 2011

A pensarci bene è uno dei misteri della medicina contemporanea: si fa ricerca clinica, si trovano risposte affidabili che potrebbero essere trasferite nella pratica con grande giovamento per i pazienti, ma in realtà le nuove conoscenze acquisite non vengono poi applicate. E dire che la ricerca richiede impegno organizzativo, forza lavoro, risorse economiche, ed è anche l’elemento fondamentale che fa girare la complessa macchina dell’informazione in Medicina. Alla fine, però, il risultato è che quanto acquisito dalla ricerca non arriva nella pratica clinica, se non in maniera del tutto parziale ed erratica, e sempre con grandi ritardi e preoccupanti disomogeneità. Si potrebbero fare mille esempi in tal senso. È il problema della cosiddetta Knowledge Translation, il trasferimento nella pratica clinica delle conoscenze acquisite dalla ricerca. A questo argomento che personalmente considero appunto uno dei grandi misteri della Medicina contemporanea, dedica diversi articoli la rivista Journal of Clinical Epidemiology, tra cui un editoriale  intitolato Knowledge translation is the use of knowledge in health care decision making, scritto da Sharon Straus, Jacqueline Tetroe, Ian Graham.

Dello stesso argomento parla anche Nino Cartabellotta, editor del GIMBE®, nell’ultimo numero di Gimbenews, nel quale afferma che “accanto alla mancata prescrizione di interventi sanitari efficaci, si assiste al continuo utilizzo di interventi inefficaci, se non addirittura dannosi per i pazienti. Secondo alcune stime il 30-45% dei pazienti non riceve interventi sanitari appropriati in accordo alle evidenze scientifiche e 20-25% degli interventi sanitari erogati sono inappropriati e potenzialmente dannosi”. Sempre sul Journal of Clinical Epidemiology è stato pubblicato anche un articolo intitolato Successful high-quality knowledge translation research: three case studies, che riporta alcuni esempi positivi di come in realtà sia possibile, attraverso specifici progetti di intervento, modificare la pratica clinica secondo le indicazioni provenienti dalle migliori evidenze cliniche.

Ad esempio, viene descritto un intervento finalizzato a ridurre l’utilizzo degli antibiotici nelle bronchiti acute dei pazienti non ricoverati, bronchiti che come si sa sono nella stragrande maggioranza dei casi a eziologia virale. L’intervento messo in atto era basato su azioni ad elevata intensità, come materiali educativi per pazienti, iniziative di informazione e di audit clinico per medici, paragonate ad azioni più semplici, come la semplice produzione di materiali informativi. Si è così potuto constatare che l’intervento ad alta intensità ha consentito di modificare la pratica clinica in maniera molto efficace, dimostrandosi decisamente superiore all’intervento a bassa intensità.

Naturalmente tutto ciò dimostra da una parte che è possibile, attraverso specifici programmi, modificare la pratica clinica secondo le migliori evidenze disponibili; ma allo stesso tempo è la riprova del fatto che queste modifiche da sole non si realizzano. In altre parole, il fatto che la conoscenza sia stata acquisita, anche a prezzo di notevoli sforzi di ricerca, non vuol assolutamente dire che essa si trasformerà automaticamente in pratica clinica. Perché questo passaggio avvenga, c’è bisogno di un ulteriore sforzo che potremmo definire culturale e organizzativo, che deve essere attivamente voluto e perseguito. Con la consapevolezza che comunque la penetrazione della nuova conoscenza nella realtà sarà sempre lenta e faticosa. Ma se non si fa poi questa fatica, ha davvero senso spendere tante energie nella ricerca? Il fatto è che una ricerca dovrebbe essere considerata conclusa non nel momento in cui è pubblicata, ma nel momento in cui i suoi risultati, quando sono confermati con ragionevole sicurezza, vengono attivamente trasferiti nella pratica clinica.