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Scire – Post 83: Le passioni della medicina
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 20/12/2010 alle 08:24:02, in Post, cliccato 1339 volte)

Lunedì 20 dicembre 2010 - Post di Natale

Scienza, emozione e passione: quanto pesano rispettivamente ciascuna di queste componenti nella pratica clinica della medicina contemporanea? La domanda è stata posta da Robert Brook, medico di Santa Monica, in California, in un commento pubblicato su JAMA, ed è un ottimo punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra scienza e umanesimo nella professione medica alla quale dedicare il post natalizio del Blog Scire.

Fino a qualche decennio fa, dice Brook, il medico era una persona con un limitato bagaglio di conoscenze e quasi nessuna tecnologia a disposizione, e ogni paziente era un individuo ben posizionato all’interno di una famiglia e di una specifica comunità. Insieme, lavoravano con quel poco che c’era, per arrivare a una diagnosi presunta, e per decidere piani di trattamento che tenessero conto della cultura di quel singolo paziente, del suo stato socioeconomico, del tipo di esami o di cure che erano disponibili e che il paziente era in grado di accettare. Poi, a un certo punto, le cose sono rapidamente cambiate: il bagaglio di conoscenze che il medico ha o dovrebbe avere è cresciuto a dismisura fino a diventare ingestibile e in costante ulteriore crescita; procedure diagnostiche e test sono diventati sofisticati ma anche molto più a portata di mano, mentre i trattamenti sempre più spesso devono o dovrebbero adeguarsi ai dettami di revisioni sistematiche, linee guida, percorsi terapeutici e procedure operative standardizzate. E’ possibile che in questo passaggio la pratica medica abbia perso anche parte della sua passione, della sua capacità empatica?

A questa domanda sembra che si debba rispondere per forza “sì”. Credo che nessuno possa sostenere ragionevolmente che la pratica medica contemporanea sia in generale più empatica di quella di alcuni decenni fa. Tanto è vero che si fa riferimento proprio a questa perdita di empatia nella medicina convenzionale, come una delle cause del crescente gradimento da parte di molti pazienti delle cosiddette medicine non convenzionali, come agopuntura e omeopatia, che sono tuttora pratiche fortemente empatiche e che dichiarano apertamente di mettere in atto valutazioni diagnostiche e trattamenti sempre molto individualizzati. E certamente, specie nell’ambito della medicina di famiglia, ma non solo, ci sono medici che continuano a fondare la qualità del proprio agire professionale proprio sull’importanza che danno alla relazione con il paziente e alla conoscenza del suo ambiente di vita, magari perché percepiscono l’esistenza di ostacoli insormontabili (di disponibilità di tempo, tecnologici o di lingua) per accedere all’informazione scientifica costantemente aggiornata, e pensano in tal modo di poter attuare una sorta di utile compensazione.

Il fatto è che nella pratica medica non dovrebbe esistere nessuna forma di contrapposizione tra il versante tecnologia/informazione e quello empatia/disponibilità umana. Ogni volta che ci si posiziona su uno solo di questi versanti, accettando di trascurare l’altro, si rischia di deteriorare la qualità complessiva del proprio agire professionale. L’Evidence Based Medicine (EBM), spesso accusata di dare importanza esclusivamente al versante tecnologia/informazione, in realtà dice esplicitamente che la pratica EBM deve essere basata sulla migliore informazione disponibile (acquisita non necessariamente attraverso strumenti tecnologici), ma anche sull’esperienza del singolo medico e sulle preferenze del paziente. Ma si tratta di una sintesi davvero difficile.

Un problema in più, al quale fa riferimento anche Brook, è rappresentato dal linguaggio oggi utilizzato dalla letteratura medica, che si esprime pressoché unicamente attraverso il freddo reportage della ricerca, basato su numeri e deduzioni statistiche, la cui lettura è ostica alla maggior parte dei clinici. Il caso clinico singolo, che consentiva al medico di raccontare anche gli aspetti umani del paziente e della relazione di cura, è precipitato al fondo della credibilità scientifica. Sigmund Freud, con i suoi famosi casi clinici (Anna O., L’uomo dei lupi, il Presidente Schreber, eccetera) inventò praticamente la psicoanalisi e anche un genere letterario, tanto che a un certo punto della sua carriera gli fu tributato il Premio Goethe, un importante premio letterario (ma mai vinse il Nobel per la Medicina…).

Bisogna riconoscere che nella letteratura medica contemporanea gli aspetti umani della relazione clinica sono sempre più isolati e staccati dai risultati della ricerca. In JAMA c’è una sezione intitolata A Piece of My Mind, e negli Annals of Internal Medicine la sezione On Being a Doctor, nelle quali trovano spazio storie personali e riflessioni non necessariamente scientifiche. Ma si tratta di sezioni poco conosciute e poco lette, che in qualche modo forse arrivano anzi ad accentuare la separazione tra la “vera scienza” e gli aspetti umani, relazionali e psicologici della professione medica. Secondo Brook, dovremmo impegnarci per consegnare alla prossima generazione di medici una letteratura scientifica che sia in grado di ricucire questi aspetti. Una sua proposta, ad esempio, è quella di provare almeno ad aggiungere alla fine di ogni report di ricerca, un paragrafo scritto in prima persona nel quale l’autore o gli autori sottolineano alcune possibili conseguenze di quella ricerca sugli aspetti pratici ed emotivi della professione.

La mia opinione è che si debba anche diventare più coscienti della distanza di fatto esistente tra chi fa ricerca e chi cura i pazienti. Chi fa solo lavoro clinico deve essere messo nelle condizioni di poter innanzitutto riconoscere le sue carenze informative, e poi accedere rapidamente a un’informazione chiara e sintetica, pratica e utile, liberata il più possibile dalle oscure sigle della statistica medica generate dalle ricerca clinica. Un’informazione che sia stata filtrata dai conflitti di interesse e che sia raggiungibile anche da chi non è un mago del computer. Perché una volta raggiunta questa informazione, il clinico possa concentrarsi sulla parte più complessa e qualificata del suo lavoro, che è appunto quella di entrare in una relazione unica e irripetibile, in quello specifico momento, con quello specifico paziente. E quindi curarlo, che, come si sa, non necessariamente vuol dire guarirlo, ma che è senz’altro è la più alta espressione della professione medica.