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Scire – Post 79: Informazione, anzi no, pubblicità
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 25/10/2010 alle 08:00:10, in Post, cliccato 1260 volte)

Lunedì 25 ottobre 2010

L’informazione scientifica dell’industria farmaceutica migliora la qualità della prescrizione del medico? O la peggiora, influenzando per fini commerciali la quantità di farmaci prescritti e il loro costo? Non si sa esattamente. Questa è molto in sintesi la risposta di un gruppo di ricercatori che ha pubblicato una revisione sistematica con metanalisi su questo argomento nella rivista open access PLoS Medicine. Non si sa, per cui, nel frattempo, sarebbe bene, dicono gli autori della revisione, “evitare l’esposizione all’informazione proveniente dall’industria farmaceutica, a meno che non emergano benefici definitivamente provati”. Quindi, niente più incontri con gli informatori scientifici dell’industria, ma neanche più lettura delle pubblicità sulle riviste, partecipazione a meeting sponsorizzati, lettura di e-mail pubblicitarie, utilizzo di software di prescrizione, partecipazione a trial clinici sponsorizzati. Infatti è attraverso almeno tutte queste forme che si esplica l’informazione scientifica dell’industria  – molti, peraltro, preferiscono non chiamarla neanche così, ma piuttosto, semplicemente, “pubblicità”.

Chi vorrà leggersi l’articolo mi farà un favore se mi dirà che impressione ne ricava. L’impressione che ne ho ricavato io è che, se cercavano prove definitive del fatto che l’esposizione all’informazione scientifica dell’industria peggiora la qualità della prescrizione, incrementa i consumi di farmaci, aumenta i costi, ebbene queste prove definitive non sono saltate fuori. Questo non vuol dire, naturalmente, che le cose non possano veramente stare così. Solo che, al momento, sulla base dei risultati di questa revisione sistematica, le prove definitive ancora non ci sono. In questo bisogna dare atto ai ricercatori di essere stati molto onesti. Il loro punto di vista, comprensibile, è che se un’attività che impegna il tempo dei medici, e soprattutto assorbe circa un quarto dei guadagni dell’industria farmaceutica - una cifra colossale - non può fornire prove di essere utile a qualcosa nel migliorare la prescrizione, questo è sufficiente per invitare a evitarla. Senza contare che alcuni degli studi considerati in questa revisione sistematica indicano invece chiaramente che l’esposizione all’informazione dell’industria peggiora la qualità della prescrizione (ma alcuni altri studi indicano l’esatto contrario).

La questione quindi per ora non si dipana. Ma è questione di enorme importanza. Nel 2009, solo per le vendite negli Stati Uniti, le prescrizioni mediche hanno generato guadagni per l’industria farmaceutica per circa 300 miliardi di dollari, che poi in buona parte vengono reinvestiti in informazione scientifica o pubblicità, a seconda di come la si voglia vedere. Difficile credere che l’industria sarebbe disposta a investire simili cifre in attività che non contribuiscono alle vendite. Ma l’industria sostiene che proprio attraverso queste attività i medici vengono informati sui possibili benefici e rischi dei farmaci, e che quindi alla fin fine i pazienti ne ricevono un beneficio.

Personalmente sono convinto che oggi molti clinici, almeno nei paesi sviluppati, abbiano a disposizione diverse fonti informative indipendenti ed evidence based, alle quali potrebbero utilmente far ricorso per la propria informazione scientifica. Tale modalità di informazione, laddove sia realmente disponibile, sarebbe comunque da preferire a quella portata dall’industria farmaceutica, che, qualunque sia il risultato di questa o di altre eventuali revisioni sistematiche, certamente è gravata da un potenziale conflitto d’interesse che la porta a nascondere certe informazioni o a metterne in risalto altre, secondo convenienza, come hanno dimostrato anche casi recenti, ad esempio quello del rosiglitazone . Certo è che i clinici devono essere messi nella condizione di avere accesso a tali fonti, anche in lingua italiana, quando possibile. La recente chiusura del sito italiano di Clinical Evidence, purtroppo, però, non va per niente in questo senso, visto che si trattava praticamente dell’unica risorsa evidence based in lingua italiana che oltretutto era gratuitamente disponibile, almeno per i medici. Fino a che la sanità pubblica non farà decisi investimenti nell’informazione scientifica per i clinici, sarà uno spazio libero lasciato esclusivamente nella mani dell’industria farmaceutica.