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Scire – Post 70: Malati e infelici ad alto costo
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 21/05/2010 alle 09:29:12, in Post, cliccato 1989 volte)

Venerdì 21 maggio 2010

Il quattro per cento della spesa sanitaria complessiva se ne va in fumo per malattie che non sono vere e proprie malattie. Si tratta di quei “disturbi”, come l’insonnia, la fobia sociale, la calvizie, l’infertilità, la menopausa, che hanno progressivamente fatto il loro ingresso nel campo delle “malattie” a causa del continuo processo di medicalizzazione al quale ormai da diversi decenni stanno andando incontro le società occidentali contemporanee. I conti precisi del costo sociale di questi disturbi sono stati fatti per la prima volta da alcuni ricercatori americani (sulla spesa statunitense del 2005) guidati da Peter Conrad del Department of Sociology della Brandes University di Waltham, nel Massachussetts, in una ricerca pubblicata sulla rivista Social Science & Medicine.

La medicalizzazione è quel processo attraverso il quale problemi in origine non sanitari diventano, per una serie di motivi, problemi sanitari. Conrad e i suoi collaboratori fanno notare che, di per sé, il fenomeno non dovrebbe essere considerato né positivo né negativo, dato che è semplicemente un fatto, oltretutto apparentemente non arrestabile, come la globalizzazione o la secolarizzazione delle società avanzate. Dall’idea della medicalizzazione si può passare però facilmente a quella della sovramedicalizzazione, termine nel quale è invece compreso un giudizio negativo, implicando infatti che il processo di medicalizzazione sia da considerarsi inappropriato e foriero di danni, per l’individuo o per la società. Naturalmente, tutti sanno, e gli autori della ricerca non fanno a meno di ricordarlo, che la medicalizzazione o la sovramedicalizzazione, sono anche la conseguenza di una specifica strategia di marketing dell’industria, che “genera” e “diffonde” nuove malattie man mano che scopre molecole che potrebbero profilarsi come loro possibili rimedi. Un procedimento che è stato chiamato disease mongering che si potrebbe tradurre come “fabbricare malattie”. Per approfondire il concetto con documenti in italiano, puoi visitare il sito di Partecipasalute ed effettuare una ricerca con questo termine.

Un’altra caratteristica interessante della medicalizzazione è che si tratta di un processo, per così dire, tendenzialmente elastico. Una diagnosi come quella del Post-traumatic-stress-disorder (PTSD), “inventata” negli anni Settanta per denominare i disturbi psichici che affliggevano i reduci dagli orrori della guerra del Vietnam, si è progressivamente espansa fino a includere i disturbi presentati da tutti i sopravvissuti a qualunque tipo di trauma, sociale o personale, o perfino dai semplici testimoni degli eventi traumatici. Parallelamente, si è allargato in maniera altrettanto elastica il bagaglio dei possibili rimedi farmacologici. Curiosamente, o forse prevedibilmente, non si è assistito a un parallelo processo di demedicalizzazione di altre condizioni. Pare che l’unica demedicalizzazione alla quale si è assistito in questi anni, e in realtà non ancora del tutto completata, sia stata quella riguardante l’omosessualità, principalmente sotto la spinta proveniente dalle associazioni gay.

E’ bene ricordare che oltre che sulla creazione di nuove malattie, il processo di progressiva medicalizzazione è basato anche sulla continua variazione, al ribasso, delle soglie che separano la normalità dalla malattia. E’ un procedimento al quale in questi anni abbiamo assistito, ad esempio, per i livelli di pressione arteriosa, di glicemia e di colesterolo, sempre, ovviamente, con le relative ricadute sul mercato dei farmaci. E poi c’è la diagnosi sempre più precoce, anche attraverso i programmi di screening, sui quali oggi larga parte della comunità scientifica sta tornando a interrogarsi seriamente, chiedendosi se, soprattutto a causa del fenomeno della sovradiagnosi, generino più salute o più malattia.

La ricerca di Conrad e dei suoi collaboratori sottolinea anche come la spesa totale americana del 2005 per queste malattie/non malattie sia stata superiore a quella per i tumori o per le malattie cardiovascolari, il che fa pensare non poco. Non credo che esistano corrispondenti dati italiani, anche perché quello di Conrad sembra essere veramente il primo studio che fa i conti per questo tipo di costi sanitari, nonostante che il problema della medicalizzazione o della sovramedicalizzazione sia da alcuni anni all’attenzione del mondo sanitario e sia stato ripreso molte volte anche dalle più importanti riviste mediche internazionali. Sarebbe interessante riuscire avere un’idea di quale possa essere l’incidenza della spesa di questi disturbi a carico del Servizio Sanitario Nazionale italiano. Forse la voce più significativa da questo punto di vista è quella riguardante il parto fisiologico, anch’esso catalogato da Conrad tra le condizioni che sono andate progressivamente medicalizzandosi e che rappresenta anche la voce a maggior costo. D’altra parte: in una società come la nostra a così elevate aspettative di garanzia sanitaria, chi potrebbe ormai più considerare il parto un evento non medico? O l’alcolismo solo una cattiva abitudine piuttosto che una malattia? O l’obesità e la disfunzione erettile condizioni poco fortunate che possono entrare a far parte della normale esperienza umana? Ma la domanda fondamentale è probabilmente un’altra: una volta medicalizzate e conseguentemente trattate, tali condizioni generano più salute e meno infelicità di quelle che generavano quando non erano considerate malattie?