Scire – Post 56: Contagio! (psicologico)
Lunedì 30 novembre 2009
Esiste una strana oscillazione fra paura e sospetto, per quanto riguarda l’influenza H1N1 e i suoi vaccini. Di questa oscillazione fa una disamina molto puntuale sul New England Journal of Medicine (NEJM) Danielle Ofri della New York University School of Medicine and Bellevue Hospital, in un articolo intitolato The emotional epidemiology of H1N1 influenza vaccination. Direi che molte delle sue considerazioni si adattano bene anche alla situazione italiana. L’autrice dell’articolo racconta infatti come in primavera, quando i telegiornali cominciarono a raccontare di questa nuova forma influenzale che stava mietendo vittime in Messico, i suoi pazienti facevano a gara per telefonarle chiedendo quanto tempo ci sarebbe voluto per arrivare a preparare un vaccino contro questa terribile malattia. Tutti erano preoccupati, anche se in molti casi si trattava di quegli stessi pazienti che rifiutavano regolarmente la vaccinazione antinfluenzale stagionale, sebbene messi di fronte all’evidenza delle decine di migliaia di morti causati ogni anno proprio dalla comune influenza. E’ successo poi che a un certo punto il vaccino contro l’influenza H1N1 è realmente arrivato, dopo l’estate. Quando però la dottoressa Ofri ha provato a proporlo a quegli stessi pazienti che l’avevano invocato in primavera, si è trovata davanti un muro di sospetti e di timori. "Non è sufficientemente testato...", "tutti sanno che ci sono problemi con questi vaccini..." erano le risposte che più frequentemente si sentivano. Cosa era successo nel frattempo, come mai c’era stato un cambiamento così marcato nell’atteggiamento delle persone?
Secondo Danielle Ofri, probabilmente c’è stato una sorta di contagio psicologico che ha portato alla diffusione di miti e sospetti, che si sono diffusi a una velocità sicuramente maggiore di quelle del virus H1N1. Infatti, inizialmente ha prevalso la paura incontrollata verso la “malattia nuova e misteriosa che emergeva da una città del brulicante terzo mondo e si incamminava insidiosamente e inarrestabilmente verso il mondo ‘civilizzato’ ” . All’orizzonte, lo spettro dell’Hiv, della SARS, del virus di Ebola, e la naturale paura delle minacce sconosciute. Con il passare del tempo, però, si è sviluppato un fenomeno molto frequente, che è quello della tolleranza emozionale. Un po’ alla volta ci si abitua alla novità, che perde lentamente la sua forza terrorizzante. Una sorta di buonsenso generalizzato sembra avere prevalso infine, e allora sono emersi altri timori, quelli connessi alla potenziale pericolosità del vaccino e anche a ipotizzate “manipolazioni” mediatiche e a possibili conflitti di interesse tenuti accuratamente nascosti da qualcuno.
A questa analisi fatta da Danielle Ofri bisognerebbe però probabilmente aggiungere che se le cose sono andate (finora) così, probabilmente ciò è dovuto anche al fatto che effettivamente il virus H1N1 si è comportato in maniera differente nel momento in cui è arrivato nel mondo ‘civilizzato’ (per continuare a usare i termini impiegati dall’autrice dell’articolo), e in Europa in particolare. Diffusività e mortalità sono subito risultate oggettivamente molto più contenute, anche se i media nel frattempo stavano facendo il loro lavoro, ossia davano gran risalto ai nuovi casi e ai decessi, ma un po’ alla volta anch’essi si sono stufati dell’H1N1, attratti da altri temi ben più succulenti dal punto di vista giornalistico. Che il virus H1N1 sia stato per un po’ una star mediatica anche tra gli operatori sanitari è dimostrato da questo stesso blog, che per il post connessi all’influenza pandemica e alla sua vaccinazione ha registrato numeri di contatti costantemente più elevati che per gli altri post. Nei giorni scorsi i media hanno tentato di rilanciare l'H1N1 con la faccenda dei virus mutati, ma tutto sommato con scarsa convinzione.
Ci ritroviamo quindi adesso con una campagna di vaccinazione contro l’influenza pandemica alla quale pochi hanno aderito e aderiscono (circa il 13 per cento degli operatori sanitari si è vaccinato finora), mentre il picco di diffusività sembrerebbe ormai superato con un’incidenza di nuovi casi inferiore a 12 per mille abitanti, quindi al di sotto di quella dell’influenza stagionale 2004-2005, come ci ricorda il puntualissimo FluNews dell’Istituto Superiore di Sanità. Intanto Topo Gigio continua, un po’ paradossalmente, a dare indicazioni che i più ormai ascoltano molto distrattamente. E forse presto ci ritroveremo con milioni di dosi di vaccino che nessuno vorrà più.
E allora? Tutto sbagliato? Aveva ragione chi diceva che era tutta una montatura guidata da misteriosi conflitti d’interesse? Si sarebbero potuti risparmiare un sacco di soldi spesi per vaccini e antivirali e soprattutto i rischi connessi alla vaccinazione? Sono state fatte delle scelte avventate e disinformate? La mia considerazione personale parte dal fatto evidente che viviamo in una società abituata ad altissimi livelli di garanzia sanitaria, e pertanto credo che difficilmente avremmo potuto sottrarci all’impegno di prepararci ad affrontare l’arrivo dell’H1N1 che, a differenza del virus dell’influenza aviaria, ha subito mostrato una diretta contagiosità da uomo a uomo, e, all’inizio, anche preoccupanti tassi di mortalità. Quale Servizio Sanitario Nazionale avrebbe potuto farsi trovare impreparato se il virus avesse continuato a mostrare la sua aggressività iniziale? Oggi, a meno che il quadro muti improvvisamente, sembra tutto un po’ sovradimensionato, ma va detto che molte decisioni (l’acquisto degli antivirali, la prenotazione dei vaccini, l’organizzazione dei servizi di terapia intensiva) sono state prese quando c’erano ancora almeno delle incertezze su quello che sarebbe stato l’andamento della pandemia, soprattutto per quanto riguardava il livello di rischio ad essa connesso. Che poi ci sia chi, da tutta questa complessa situazione, ha guadagnato cifre stratosferiche, certamente sarà vero, ma faccio fatica a credere che si sia trattato solo di una manipolazione architettata a tavolino. Avremmo potuto correre quel rischio? Alla luce di questa esperienza, ce la sentiremmo di correrlo la prossima volta?
Sarebbe utile sapere se l'allarmismo diffuso al sorgere dell'influenza suina e, un paio d'anni prima, di quella aviaria, era giustificato dai dati di deceduti e infettati dei paesi di origine dell'epidemia. Io ho la sensazione che non lo fossero.
Sono d'accordo con il commento di Danilo. Le scelte fatte dal nostro governo e dal nostro Sistema sanitario sono state dettate dal buon senso e decise in un momento nel quale il tasso di letalità era particolarmente
elevato, e quando poco ancora si conosceva della malattia. Anzi (ma questa è una mia idea personale), in quella situazione sarebbe stato meglio che si fosse proceduto con l'acquisto di vaccini per coprire l'intera popolazione anziché solo il 40%. Per rispondere al commento #1 rimando a un articolo che ho
scritto all'inizio di luglio su Partecipasalute ( www.partecipasalute.it/cms_2/node/1307) nel quale sono riportati i dati dell'OMS di quel periodo e che illustrava una situazione per nulla tranquillizzante (un tasso medio di letalità del 4-5 per
mille - rispetto all'1 per mille dell'influenza stagionale - con punte di 20 per mille nello Stato di New York e di 45 per mille in Argentina).
Risposta per il signor Carabellese: a mio parere, per l'aviaria gli allarmismi non erano del tutto giustificati, dal momento che si è trattato finora solo di una minaccia potenziale, non essendosi mai innescato il passaggio da uomo a uomo; per questa pandemia di influenza H1N1 (suina), invece, all'inizio c'erano sia l'alta diffusività, sia un elevato tasso di mortalità, il che credo giustifichi la mobilitazione che c'è stata, anche se poi, come ho detto nel post, subito la mortalità si è largamente ridimensionata.
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