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Scire – Post 45: La psicosomatica frena il riduzionismo
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 20/08/2009 alle 08:25:03, in Post)
Giovedì 20 agosto 2009

La Medicina Psicosomatica forse sta per cambiare nome. Lo propone un editoriale di Psychosomatic Medicine, una delle riviste più importanti del settore. Propone, innanzitutto per la rivista, ma anche in generale, il nome Biobehavioral Medicine, che inizialmente dovrebbe affiancare l’altro, per poi sostituirlo, un po’ come fanno le banche quando cambiano i loro assetti societari. Il motivo del cambiamento sembra stare in alcune considerazioni sulle potenzialità di attrarre lettori e di sviluppare l’Impact Factor della rivista, oltre che nei risultati di un paio di questionari realizzati in alcune università degli Stati Uniti, dai quali sarebbe emerso che il termine Psychosomatic Medicine non corrisponde più, di fatto, al contenuto delle ricerche pubblicate in quella rivista, che invece si adatterebbero bene al termine Biobehavioral Medicine.

Il fatto che gli stessi esperti del settore si interroghino sulla possibilità di liquidare il termine Medicina Psicosomatica, induce ad alcune riflessioni su questa disciplina e sull’influenza che ha avuto sulla Medicina degli ultimi 20-30 anni. Lo fanno Giovanni Fava e Nicoletta Sonino in un editoriale che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Psychotherapy and Psychosomatics, diretta dallo stesso Fava. Nel loro editoriale ricordano innanzitutto la definizione di Medicina Psicosomatica data da Lipowsky, ossia quella di una cornice interdisciplinare di vasta portata per: la valutazione dei fattori psicosociali che influenzano la vulnerabilità individuale, il decorso e il risultato di qualunque tipo di malattia; l’interesse olistico verso la cura del paziente nella pratica clinica; l’integrazione di terapie psicologiche nella prevenzione, trattamento e riabilitazione delle malattie mediche.

Poi Fava e Sonino, passano a difendere il nome “Medicina Psicosomatica” e l’essenza stessa di questa disciplina, che aiuta la Medicina contemporanea a difendersi dal riduzionismo derivante dall’eccessiva enfasi che essa pone sui trattamenti farmacologici. Inoltre, la Medicina Psicosomatica ci ricorda come i risultati terapeutici che otteniamo sono sempre il risultato di fattori specifici, come l’attività farmacologica in senso stretto di una medicina, ma anche di fattori aspecifici, quali il ruolo giocato nella relazione terapeutica dal medico e anche dallo stesso paziente, dicono gli autori dell’editoriale, ricordando anche come, in ogni caso, in Europa siano ancora molte le riviste che conservano nel loro titolo il termine Medicina Psicosomatica.

Personalmente ritengo che la Medicina Psicosomatica abbia contribuito non poco, in questi anni, assieme alla psichiatria di consultazione, a frenare il processo di riduzionismo biologista verso il quale è scivolata la medicina contemporanea, senza essere però riuscita a invertire la linea di tendenza. E forse nel frattempo una parte del settore occupato storicamente dalla Medicina Psicosomatica è stato eroso dalle medicine non convenzionali, che come si sa offrono anch’esse una visione unitaria biopsicosociale dell’essere umano e un approccio clinico olistico, al quale spesso si unisce però anche un’aura di mistero accolta molto favorevolmente dalla gente. Inoltre, sebbene le più importanti tra di esse, come l’agopuntura, affondino in una tradizione millenaria, oggi tendono a essere viste come una sorta di nuova Medicina. E allora forse è giunto il momento di un rilancio della Medicina Psicosomatica, che di sicuro è meno dotata di un’aura di mistero, ma certamente può competere per quanto riguarda la visione unitaria biopsicosociale e l’approccio olistico, e soprattutto per il contributo di umanizzazione che ha sempre dato e che può continuare a dare alla Medicina.

Come ricordano Fava e Sonino, ad esempio, oggi la Medicina ha a che fare soprattutto con malattie croniche, nelle quali è fondamentale la collaborazione tra medico e paziente nella gestione della malattia, collaborazione che per la medicina psicosomatica è sempre stato un cardine importante. Inoltre, sempre più frequentemente i medici si trovano di fronte a sintomi che non riescono a spiegare con il tradizionale approccio monospecialistico (il cardiologo, il gastroenterologo… ecc.) , e anche in questo caso la Medicina Psicosomatica può mettere in campo, invece, clinici con training interdisciplinare, come lo psico-oncologo o lo psiconeuroendocrinologo che certamente hanno una visione più ampia sulla complessità rappresentata da quello specifico paziente in quello specifico momento.

Per chi fosse interessato a seguire lo sviluppo di questa disciplina, un’occasione può essere il prossimo congresso internazionale Psychosomatic Innovations for a New Quality of Health Care, che si terrà a Torino dal 23 al 26 settembre E’ un congresso indipendente da sponsor industriali, al quale parteciperanno speaker internazionali di altissimo profilo. Al futuro della Medicina Psicosomatica e ai contenuti del congresso è dedicato il podcast associato a questo post, con un’intervista a Giovanni Fava che del congresso è uno dei due presidenti, assieme a Secondo Fassino.

 
 
 
# 1
È molto interessante ed importante la problematica sollevata da questo post. Chi si è avvicinato, come me, prima alla medicina psicosomatica e poi alla Medicina Cinese, lo ha fatto proprio perché ha percepito il riduzionismo in cui purtroppo spesso scivola la nostra medicina, pur meritevole. La Medicina Cinese ha intrinsecamente una visione unitaria della persona per cui non deve recuperare la scissione, da noi operata, fra psiche e soma. È una medicina intrinsecamente psicosomatica e non ha nulla di misterioso; attinge a un paradigma diverso e usa un linguaggio diverso nato in un contesto diverso. Usa il metodo analogico al posto dell’analitico, porta ad una sintesi anziché a una frammentazione. Sintesi a cui la medicina biologista, e per primi i pazienti, vuol tornare.
di  Annunzio Matrà  (inviato il 20/08/2009 alle 13:32:42)
# 2
Sono d'accordo con Fava. Psiche e soma sono intimamente correlati in una quantità di funzioni. Senza voler considerare in termini riduzionistici la medicina psicosomatica, bisogna considerare che ci sono molte evidenze sperimentali di questa relazione psiche-soma. All'amico Matrà vorrei dire che un approccio non riduzionistico si può mantenere (auspicabilmente) anche all'interno delle medicina convenzionale.
di  Roberto D'Alessandro, Dip. di Scienze Neurologiche  (inviato il 20/08/2009 alle 15:45:35)
# 3
Vorrei dire anch'io all'amico Matrà che non ho evocato con fini denigratori "l'aura di mistero" che accompagna le medicine non convenzionali. E' solo che ritengo sia una delle componenti non specifiche che contribuiscono in maniera significativa alla loro efficacia, e che rende così difficile coglierne l'efficacia specifica. L'aura di mistero decisamente manca invece sempre più alla Medicina convenzionale, la quale tuttavia, non dovrebbe rinunciare, come giustamente ricorda D'Alessandro, a cercare (o ritrovare) un approccio non riduzionistico.
di  Danilo di Diodoro, tutor Blog Scire  (inviato il 20/08/2009 alle 15:59:04)
 
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