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Scire – Post 40: "Googlare" la diagnosi
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 24/06/2009 alle 08:51:10, in Post)

Mercoledì 24 giugno 2009

Se ti sembra di non riuscire a mettere insieme i sintomi presentati da un paziente per arrivare a una diagnosi, puoi provare a infilare quei sintomi nel box di ricerca di Google. C’è caso che salti fuori la diagnosi che a te non veniva in mente. Se non lo fai tu potrebbe farlo comunque il tuo paziente, con una discreta probabilità di giungere alla diagnosi giusta. Lo ha dimostrato uno studio pilota pubblicato sulla rivista Swiss Medical Weekly da parte di un gruppo di ricerca guidato da Ilias Siempos dell’Istituto di Scienze Biomediche dell’Università di Atene. Per essere precisi, lo studio ha dimostrato che i non medici hanno una probabilità di raggiungere la diagnosi esatta utilizzando Google in circa il 20 per cento dei casi, rispetto ai medici, che la raggiungono nel 50 per cento circa dei casi. Una differenza sicuramente inferiore a quella che ci si sarebbe potuta aspettare. Nel caso in esame si trattava comunque di studenti (non di Medicina) tra i 22 e i 24 anni messi a confronto con medici tra i 25 e i 27 anni, quindi è possibile che i risultati non valgano per popolazioni di età superiore, probabilmente meno abili a “smanettare” su Internet.

Ecco come è stato realizzato l’esperimento: a quattro studenti, due maschi e due femmine, sono stati fatti leggere 26 casi diagnostici presentati sul New England Journal of Medicine, tenendo loro nascoste le conclusioni. Per ciascun caso gli studenti dovevano trovare delle parole chiave che consideravano appropriate, le provavano fino a che non arrivavano a quelle ritenute migliori, poi, sulla base di quanto ottenuto nei primi 30 risultati di Google, ipotizzavano tre possibili diagnosi. Stesso procedimento per i medici. Alla fine uno dei ricercatori ha confrontato le diagnosi ipotizzate con quelle reali fornite dai casi del New England Journal of Medicine, e se una delle tre corrispondeva a quella vera, l’obiettivo si considerava raggiunto.

Non è questo il primo studio che suggerisce l’uso di Google come possibile strumento di supporto alla diagnosi. Il BMJ ha pubblicato uno studio simile nel 2006, che era stato realizzato da due ricercatori australiani guidati da Hangwi Tang dell’ospedale di Brisbane, senza però coinvolgere soggetti non medici. Anche in questo studio era emerso che l’utilizzo di Google poteva aiutare il medico a giungere alla diagnosi corretta in più del 50 per cento dei casi, sempre utilizzando come punto di partenza i casi diagnostici presentati sul New England Journal of Medicine.

Poi ci sarebbe anche da segnalare Wrong Diagnosis che mette a disposizione un motore di ricerca specializzato (anch’esso Google powered) che permette di ricercare sul suo sito sintomi anche in forma associata. Ad esempio, quante sono le possibili cause di cefalea e vertigini associate? Questo sito vi dirà che sono 321, elencandole tutte. Spulciando lì in mezzo, magari scoprirete qualcosa che vi aiuterà a indirizzare davvero la diagnosi del vostro caso, qualcosa alla quale voi non avreste pensato. Ad esempio la policitemia vera, che tra i suoi primi sintomi può dare proprio cefalea e vertigini, associate ad acufeni e disturbi visivi, tutte manifestazioni precoci dell’iperviscosità ematica.

In pratica: Tenuto presente che questi sistemi non sostituiscono il ragionamento clinico, e che semmai possono rappresentare una forma di aiuto mnemonico, puoi provare a utilizzare Google per cercare diagnosi che non arrivano. E’ importante però selezionare sintomi e segni che hanno una certa probabilità di restituirti un risultato specifico, non generico. Inoltre, il sistema funziona meglio, com’è facile immaginare, per patologie che hanno sintomi unici, mentre non è ideale per malattie complesse con sintomi non specifici, oppure per malattie comuni ma che si presentano in maniera anomala.

Se funziona, tanto di guadagnato, anche perché, come ricordano i ricercatori australiani nel loro articolo, fare diagnosi può talora essere davvero un’impresa molto difficile. E’ stato calcolato, non so come, che per il compito della diagnostica il medico deve gestire nel complesso circa due milioni di informazioni. Non ho idea di quante informazioni riesca a gestire il tuo cervello, ma è bene sapere che Google accede in un batter d’occhio a circa tre-quattro miliardi di articoli sul web. Si potrebbe dire che quello che stai cercando è certamente lì, bisogna solo inventarsi il modo giusto per trovarlo.

Tutto questo, naturalmente, non ha nulla a che fare con il poco ortodosso uso da parte degli operatori sanitari di Google come strumento per la ricerca di informazioni Evidence Based. Questo specifico compito va svolto secondo criteri professionali, che prevedono una precisa progressione del tipo di fonti da utilizzare. Per chi avesse dei dubbi in merito, consiglio senz’altro la lettura (o la rilettura) del Post numero 6 di questo Blog, intitolato “Alla ricerca della evidenze”.

 
 
 
# 1
Caro Danilo, il problema della diagnosi mi sta molto a cuore. Ben vengano tutti gli strumenti utili allo scopo, compresi quelli meno ortodossi come Google, anche se personalmente ritengo che ogni medico debba preferibilmente utilizzare al meglio pochi strumenti che gestisce con una certa dimestichezza piuttosto che molti strumenti che conosce poco. Nelle diagnosi "difficili", poi, talora capita che possano venire in aiuto "vecchi" articoli trovati su PubMed o altre banche dati, articoli che non si riescono a stampare on-line magari perchè pubblicati nel 1995. In questi rari casi (ma ti assicuro che può capitare), il cartaceo può ancora essere prezioso.
di  Marco Faustini Fustini  (inviato il 24/06/2009 alle 13:32:54)
# 2
Personalmente trovo l'utilizzo di google per fini diagnostici molto utile ed infatti, da tempo, ne faccio uso nei "casi difficili" con notevole soddisfazione.
Ritengo peraltro necessario sottolineare il rischio dell'utilizzo di questo strumento, da parte di navigatori sprovvisti di strumenti personali culturali "specifici". Le persone che temendo di essere ammalate cercano una risposta nella rete, immettendo i propri sintomi in un motore di ricerca, corrono un rischio paragonabile a quello di fare un esame molto sensibile e poco specifico con la possibilità di ottenere risultati "falsi positivi" che innescano ansie dannose sia per la persona che per il sistema sanità, a causa della relativa induzione di visite ed accertamenti superflui. In conclusione credo che la "googlediagnosi" sia uno strumento molto valido in mani sicure, discretamante pericoloso nelle mani sbagliate.
di  Piero de Carolis  (inviato il 24/06/2009 alle 15:31:21)
# 3
Doppiamente interessante. 1: ci si chiede come migliorare la qualità del lavorare da medico. 2: ci si confronta con gli altri. Qualche nota: 1. qualsiasi strumento, se usato in modo scorretto, può provocare danni; anche (soprattutto) i libri e le fonti primarie come gli articoli "trovati" con Pubmed su Medline. 2. Google è un insieme di strumenti/funzionalità: conoscendoli meglio, troviamo prima ciò che ci occorre. 3. Il paziente empowered potrà avvicinarsi al sapere del clinico, ma a prezzo di uno stato d'ansia spesso ingiustificato...
(sito)
di  Luca De Fiore  (inviato il 25/06/2009 alle 13:36:38)
# 4
"È stato calcolato, non so come” (quindi non sappiamo molto dell'attendibilità del calcolo), “che per il compito della diagnostica…"
Non ho idea di quante informazioni riesca a gestire il mio cervello. Di certo molto meno di tre miliardi di articoli sul web. Un articolo alla volta, per capire, di solito. Il confronto suggerisce che l'approccio forse manca di qualcosa, che il confronto non è a livello di quantità di byte. Non è certo, inoltre, che quello che serve al paziente, che è una cura e non un entertainment o una curiosità di utente, sia certamente lì. Bisogna inventarsi delle regole selettive per impiegare il tempo e il cervello a selezionare utenti, fonti, motivazioni e discussioni, compresa questa: dubito che il modello giusto sia solo scientifico. È una questione relazionale (di gestione del rischio di errore) e di quality assessment, prima che matematica. Tutto questo, naturalmente, ha a che fare "con il pur poco ortodosso uso da parte degli operatori sanitari di Google come strumento per la ricerca di informazioni Evidence Based".
di  dott. Franco Galanti  (inviato il 29/06/2009 alle 19:13:19)
 
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