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Scire – Post 31: Farmaci, ricerca e cittadini
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 08/04/2009 alle 10:51:56, in Post)

Mercoledì 8 aprile 2009

I nuovi farmaci in sperimentazione dovrebbero essere in grado di dimostrare la loro superiorità rispetto a quelli già esistenti; i cittadini dovrebbero poter dire la loro sulle priorità della ricerca, visto che sono quelli che poi dovrebbero usufruire dei suoi risultati e visto anche che, alla fin fine, i loro soldi sono quelli che più o meno direttamente finanziano la ricerca; dovrebbe esistere una ricerca indipendente in grado di valutare efficacia e sicurezza dei nuovi farmaci prima che siano immessi in commercio; dovrebbe essere garantita la massima trasparenza alla pubblicazione dei protocolli dei trial, affinché i loro risultati siano sempre resi disponibili alla comunità scientifica.

Sono queste, in sintesi, le proposte fatte da Silvio Garattini, direttore dell’ Istituto Mario Negri di Milano e da Ian Chalmers della James Lind Library di Oxford, in un loro articolo apparso sul BMJ, intitolato Patients and the public deserve big changes in evaluation of drugs, che suggerisce un cambiamento radicale di alcune storture che affliggono il mondo della ricerca farmacologico-clinica. Sono proposte che possono confondere chi non ha un po’ di familiarità con questi temi. Ma come, potrebbe chiedersi, non è già così, i nuovi farmaci non devono essere migliori di quelli che già esistono per poter essere commercializzati? Non contribuiscono già i cittadini, le associazioni di malati, a indicare, in base alle loro reali esigenze, ai ricercatori, in quali ambiti sarebbe importante trovare nuovi rimedi, nuove cure? Non c’è una ricerca indipendente sull’efficacia del farmaci? Non vengono sempre e comunque pubblicati i risultati delle ricerche sulle nuove molecole, anche quelle che hanno dato un risultato sfavorevole per il farmaco in oggetto? No, è la risposta. Al momento tutto questo non è garantito, anche se sono stati fatti molti passi in tal senso, alle volte anche per autonoma decisione da parte dell’industria farmaceutica che, come ricordano in apertura del loro articolo Garattini e Chalmers, di questi tempi ha un bel po’ di problemi con la sua immagine pubblica e quindi ha bisogno di compiere azioni che la migliorino.

Prendiamo, ad esempio, i confronti che un nuovo farmaco in sperimentazione deve superare per poter essere commercializzato. Oggi si fanno, a fini di registrazione, studi finalizzati a dimostrare la superiorità (ma anche l'uguaglianza o addirittura l'inferiorità - entro certi limiti prestabiliti) delle nuove molecole rispetto al placebo, quindi a una sostanza inerte. Quasi mai si fanno invece studi di confronto con il farmaco già impiegato in quel momento per trattare quella stessa patologia. Questo vuol dire, in pratica, che un nuovo farmaco può ricevere l’autorizzazione a entrare in commercio anche quando ha un’efficacia un po’ inferiore a quella del farmaco che viene utilizzato in quel momento. E’ evidente a tutti, in questo ragionamento, la logica di mercato che sottende lo sviluppo di nuovi farmaci. Il farmaco è visto come un prodotto qualsiasi, al pari di un nuovo detersivo. Non importa che sia migliore di quello già esistente, per poter essere immesso sul mercato. Poi, al resto, penseranno i milioni di euro che ogni anno l’industria farmaceutica spende in promozione, o pubblicità. D’altra parte, come ricordano sempre Garattini e Chalmers, l’EMEA, l’European Medicines Evaluation Agency, risponde al Directorate General for Enterprise and Industry, istituzione che ha a che fare con il commercio e non con la salute. Anche su questo punto, di miglioramenti da fare ce ne sarebbero.

Poi c’è la questione della cosiddetta “agenda della ricerca”, ossia l’individuazione delle priorità verso le quali orientare la ricerca, in particolare quella su nuove molecole dotate di efficacia terapeutica. Come si sa, oggi in gran parte questa agenda è definita da valutazioni di mercato: si fa più ricerca in quei settori per i quali è possibile prevedere l’esistenza di ampie aree di mercato, come peraltro farebbe qualunque azienda che abbia come obiettivo il profitto. E questi settori sono esplorati attraverso specifiche azioni di marketing anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni di malati, che alle volte, come ricordano Garattini e Chalmers, “sono sovvenzionate dall’industria o sono in diretta collusione con essa”. La situazione è quindi molto complessa, anche se non mancano esempi virtuosi ricordati nell’articolo. Come la James Lind Alliance che basandosi sul Database of Uncertainties about the Effects of Treatments del Servizio Sanitario inglese, promuove la collaborazione tra medici e pazienti al fine di identificare le più importanti aree verso le quali indirizzare la ricerca terapeutica.

 
 
 
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