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Post 176 – L'innovazione che cambia la relazione
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 06/03/2019 alle 16:00:42, in Post)
Mercoledì 6 marzo 2019

E' nell'ambito dell'oncologia che si manifestano con maggior chiarezza i grandi cambiamenti che stanno avvenendo all'interno della relazione medico paziente. Perché l'oncologia è un'area ad alta densità emotiva, ma anche perché lì stanno avvenendo vorticosi avanzamenti di conoscenze e giungono a ritmo serrato nuove possibilità terapeutiche . "In questo ambiente così ricco di dati, la precedente percezione dell'onniscenza medica non è più plausibile" dice George Sledge della Stanford University School of Medicine in un editoriale pubblicato sulla rivista JAMA intitolato Patients and Physicians in the Era of Modern Cancer Care.

"Gli oncologi sono ormai diventati interpreti e sintetizzatori della conoscenza, e le interazioni cliniche con i loro pazienti sono sempre più caratterizzate da prolungate discussioni o negoziazioni riguardanti il significato di dati e informazioni disponibili ad entrambe le parti. Le aspettative del paziente, che sono funzione di un più ampio ambiente sociale, possono risultare in conflitto con l'esperienza del medico. In un simile contesto, le abilità sociali del medico finiscono per essere altrettanto importanti delle sue conoscenze mediche."

Conoscenze mediche che, oltretutto, difficilmente possono stare realmente al passo con l'innovazione continua che agita dell'oncologia. Basti pensare che solo nel 2018 sono state approvate più di 60 nuove indicazioni terapeutiche in oncologia ed ematologia, e certamente non è facile neanche per uno specialista stare al passo con più di una nuova indicazione a settimana. La situazione è ancora più complicata sul versante delle nuove mutazioni, centinaia e centinaia per altrettanti tipi di cancro, messe continuamente a disposizione dai nuovi sistemi di sequenziamento genetico. In un panorama del genere, con trattamenti che dovrebbero diventare sempre più individualizzati, il compito della diade medico e paziente diventa quasi impossibile e ormai sono indispensabili specifici supporti decisionali informatizzati.

E poi c'è la spinosa questione dei costi. Laddove, come negli Stati Uniti, non è disponibile un servizio sanitario nazionale universalistico, un trattamento oncologico può avere costi tali da dover porre una famiglia di fronte al dilemma: "Compriamo i farmaci per il tumore o paghiamo la retta al college per nostro figlio?" In Italia, dove fortunatamente viviamo sotto l'ombrello protettivo del servizio sanitario nazionale, il problema dei costi si pone comunque, anche se in maniera diversa. Oncologi ed amministratori sanitari devono continuamente decidere, in regime di risorse limitate, quali innovazioni introdurre e a con quale frequenza, cercando di valutare per quanto possibile il vero valore aggiunto delle nuove costose terapie. E quando ci sono successi terapeutici, questi prolungano la vita, è vero, ma nello stesso tempo spesso aggiungono nuove condizioni di rischio e patologie nei sopravvissuti, caricando ulteriormente il sistema di nuovi pesi economici e organizzativi. C'è da chiedersi fino a quando un meccanismo del genere potrà reggere all'interno delle zoppicanti economie attuali.

 "I pazienti continuano a dipendere dai medici per le loro conoscenze, la loro saggezza, la loro compassione" dice ancora Sledge. "Ma il futuro richiederà molto più che la conoscenza degli oncogeni e una medicina di precisione. Paziente e medico necessitano di un sistema sanitario che fornisca un supporto alle decisioni cliniche capace di seguire la crescente complessità diagnostica e terapeutica dei tumori. E la formazione dovrà puntare sempre più anche sugli aspetti economici dei moderni trattamenti oncologici." Un mondo nuovo, ricco di speranze e difficoltà: tutt'altra cosa dal tempo in cui, anche solo venti o trenta anni fa, il trattamento del cancro era basato essenzialmente sull'uso di chemioterapie poco costose, poco efficaci e altamente tossiche.

 
 
 
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