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Post 166 – Salute! Con la Marmot Review
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 27/01/2017 alle 09:20:00, in Post)
Venerdì 27 gennaio 2017

Esiste una scala sorprendentemente evidente che accoppia la posizione socio-economica di ogni singolo individuo con il suo livello di salute e perfino con la sua aspettativa di vita. Quindi non è solo vero che chi è povero ha una salute peggiore rispetto a chi è benestante, ma è anche vero che il livello di salute continua a crescere lungo tutta la scala per toccare il massimo in cima, dove risiedono quelli che detengono le posizioni migliori. Potrebbe essere sintetizzata così la posizione autorevolmente sostenuta da Michel Marmot, presidente della World Medical Association e molto noto a livello internazionale come ricercatore nell’area epidemiologica. Il Pensiero Scientifico Editore ha appena pubblicato in Italia il suo libro intitolato “La salute disuguale”.

Se così è, e non c’è motivo di dubitarne, dov’è finita la filosofia di vita del disimpegno, quella che metteva in discussione i miti del lavoro e della carriera e che sembrava mettere al riparo dallo stress e dalle malattie cardiovascolari tipiche dei manager? “Chi ha mai diffuso la voce che lo stress è maggiore nei livelli più alti? Le persone in quella posizione hanno più pressioni psicologiche, però hanno anche una maggiore autonomia” dice Marmot. Il dato era emerso già nel classico studio Whitehall condotto tra il 1978 e il 1984 sugli impiegati britannici, che aveva dimostrato chiaramente come quelli dei gradini più bassi avevano in un determinato periodo di tempo un tasso di mortalità quattro volte superiore a quello di chi si trovava sul gradino più alto. Ma soprattutto, la salute migliorava progressivamente e costantemente con il rango. Questo è ciò che Marmot chiama “gradiente di salute”.

Non è però solo una questione di denaro, anzi, gli studi epidemiologici hanno ampiamente dimostrato che il denaro in sé e per sé conta solo quando è molto poco. Spiega Marmot: “Per i paesi poveri, piccoli incrementi del reddito sono associati a significativi aumenti dell’aspettativa di vita. E questo è ragionevole. Un paese con un reddito nazionale pro capite minore di $ 1000 può permettersi poco in termini di cibo, alloggio, acqua potabile, servizi igienico-sanitari, assistenza sanitaria e altro - cioè tutti quegli elementi che costituiscono il rimedio a ciò che ho definito ‘indigenza’. Con un piccolo incremento di reddito ci si può permettere molto di più.” Quindi, sebbene ciascuno di noi possa fare molto per la propria salute, seguendo regole ormai ben stabilite, siamo molto condizionati anche dal tipo di società in cui siamo inseriti.

Bastano questi pochi punti di partenza per capire che chi lavora nella sanità dovrebbe porsi il problema della salute con uno sguardo molto ampio. Dovrebbe tenere presenti le necessità di libertà individuale e di giustizia sociale, non solo per principi ideologici, ma anche perché promuovendole, di fatto promuove salute, allunga la vita, riduce il ricorso alle strutture sanitarie e i relativi costi. E dovrebbe anche puntare al miglioramento delle condizioni di vita e salute non solo delle fasce di popolazione più povera, ma anche a quello delle fasce posizionate a un livello socio-economico intermedio, dal momento che anche lì esiste un potenziale di miglioramento.

Gli esperti di politiche della salute invocano vere e proprie “Marmot Review”, processi in cui le istituzioni si interrogano sulla propria capacità di valutare il benessere della popolazione e di promuoverlo nella maniera più equa possibile. Ne sono state realizzate alcune, sia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sia in diversi paesi europei. E in Italia? A questa domanda risponde nella postfazione del libro Giuseppe Costa dell’Università di Torino, che ricorda alcune disamine effettuate sulla disuguaglianza sociale in Italia, compresa una Marmot Review del 2014. Una revisione che ha iniziato a generare effetti concreti, con misure per il contrasto delle malattie della migrazione e della povertà e l’avvio degli Health Equity Audit, vere e proprie disamine di programmi, progetti e percorsi, finalizzate a verificarne concretamente l’effetto sui singoli strati socio-economici delle popolazioni.

I vantaggi possibili, se si riuscisse a proseguire verso questa strada, sarebbero spettacolari. Ad esempio è stato stimato che in Italia, eliminando lo svantaggio di mortalità dei meno istruiti verso i laureati, si potrebbe ottenere una riduzione media dei decessi tra il 20 e il 25 per cento.

 
 
 
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