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Post 122 – Evidence based medicine, e risparmi…
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 06/03/2013 alle 10:10:00, in Post)

Mercoledì 6 marzo 2013

Insegnare ai medici già durante la loro formazione a muoversi secondo i principi di una Medicina basata sulle prove di efficacia (EBM) e che al contempo sia attenta a evitare sprechi di risorse . Le due cose vanno molto più a braccetto di quanto spesso si creda. E’ quello che fa uno specifico programma di formazione per medici specializzandi dell’University of California di San Francisco. Ne parla un articolo pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine da un gruppo di ricercatori guidati da Christopher Moriates.

L’iniziativa ha una sicura rilevanza, considerato che, secondo un report dell’Institute of Medicine, negli Stati Uniti ogni anno vengono spesi inutilmente oltre 750 miliardi di dollari per pratiche diagnostiche e terapeutiche inutili. E in Medicina, quando si parla di interventi inutili si parla invariabilmente anche di interventi potenzialmente dannosi, dal momento che non esistono pratiche mediche del tutto scevre da rischi per la salute. Fino a oggi, nelle università mediche americane la faccenda dei costi è sempre stata trascurata, ma adesso l’attenzione sta crescendo, anche grazie all’iniziativa Choosing Wisely .

Il programma di formazione dell’University of California di San Francisco è già stato applicato a patologie quali l’embolia polmonare, le cefalee, il dolore toracico, la sincope e il mal di schiena, ed è basato su un seminario di un’ora sulla sicurezza, che spiega il razionale della gestione dei costi in Medicina. Al seminario segue una divisione dell’aula in due gruppi: un gruppo fa una ricerca sulle migliori linee guida evidence-based su una certa patologia, mentre l’altro gruppo rileva quali sono le pratiche messe in atto realmente nel’ospedale con quel tipo di pazienti. Il tutto viene poi riportato in una conferenza allargata alla quale partecipano sia i medici in formazione sia i medici dello staff. In questa conferenza vengono riportati anche casi clinici specifici: ad esempio il caso di un quarantacinquenne con un mal di schiena che durava da due settimane, ma sano per il resto, che aveva finito per fare radiografia del rachide, test laboratoristici di base, e anche una risonanza magnetica, mentre erano già state fatte anche delle prescrizioni farmacologiche. Costo della faccenda, circa diecimila dollari, quando, se si fossero seguite le raccomandazioni delle linee guida, il costo sarebbe stato di soli 900 dollari.

Dicono a commento gli autori di questa bella iniziativa: “Ricerche precedenti hanno dimostrato che limitarsi a fornire ai medici informazioni sui costi non ha un grande effetto sull’utilizzazione delle risorse, e noi non volevamo confondere o scoraggiare gli specializzandi dal prescrivere costosi test quando sono necessari. Invece, il nostro programma sottolinea quali sono i controlli da fare e gli eventuali trattamenti da prescrivere per ogni specifica condizione, secondo criteri evidence-based. Cerchiamo di chiarire quando i test e i trattamenti sono da considerarsi appropriati piuttosto che invocare la riduzione della copertura illimitata”.

E in Italia? A quanto ammonta lo spreco di risorse economiche per test diagnostici e interventi terapeutici inutili e quindi (ribadisco) potenzialmente pericolosi per il paziente? Io non lo so, mi piacerebbe sapere se qualcuno se ne sta occupando. Quanti interventi chirurgici in regime libero professionale che il chirurgo sa essere quasi certamente inutili (ma remunerativi) e quindi potenzialmente pericolosi per il paziente, vengono effettuati, che so, tanto per fare un esempio, in ambito ortopedico e perfino in ambito cardiochirurgico? E che fa l’Università italiana per preparare i futuri medici e i futuri specialisti a una valutazione attenta nell’utilizzo delle risorse sanitarie? Non mi risulta che ci siano corsi specifici in merito. E purtroppo non mi risulta neanche che nelle Università italiane ci sia una seria e diffusa attenzione all’Evidence Based Medicine, che è l’altra faccia della medaglia, e che ormai ha più di venti anni di storia alle spalle. Ma si sa, le Università mediche italiane si aggiornano con calma. La strada da percorrere è molto lunga, le cose da fare sarebbero tante, speriamo che il prossimo governo di questo paese vorrà porsi il problema, decisivo anche per il futuro della nostra economia, oltre che della nostra salute.

 
 
 
# 1
L’associazione Slow Medicine, www.slowmedicine.it, che ha come obiettivo una medicina sobria, rispettosa e giusta, condivide pienamente la necessità di ridurre gli sprechi e l’utilizzo inappropriato delle risorse.
In quest’ottica, Slow Medicine sta lanciando in Italia il progetto “FARE DI PIÙ NON SIGNIFICA FARE MEGLIO”, simile al programma Choosing Wisely avviato lo scorso anno negli USA da ABIM Foundation e citato anche in questo articolo.
In Choosing Wisely è stato chiesto alle società scientifiche di individuare ognuna 5 pratiche ad alto rischio di inappropriatezza: sono già state individuate negli USA 130 pratiche, delle quali alcune trovano corrispondenza negli esempi descritti nell’articolo. http://www.choosingwisely.org/doctor-patient-lists/
Slow Medicine invita le società scientifiche italiane a definire, partendo da quelle di Choosing Wisely, le principali pratiche di loro pertinenza ad alto rischio di inappropriatezza in Italia.
In un momento di contrazione delle risorse, Slow Medicine ritiene molto importante l’assunzione di responsabilità da parte dei medici nei confronti dell’utilizzo di test e trattamenti sanitari dei quali non è dimostrato il beneficio per molti pazienti e che a volte possono procurare più danno che beneficio, così come una diffusa sensibilizzazione dei cittadini sul fatto che per tutelare la loro salute non sempre sia meglio fare di più.
Il progetto Slow Medicine “FARE DI PIÙ NON SIGNIFICA FARE MEGLIO” ha avuto l’adesione e il patrocinio della FNOM
di  Sandra Vernero staff aziendale  (inviato il 06/03/2013 alle 11:36:11)
 
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