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Post 119 – Cure efficaci o scenografiche
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 07/01/2013 alle 16:04:54, in Post)

Lunedì 7 gennaio 2013

Non è ben chiaro quanto valga il parere dei pazienti nel valutare la qualità dell’assistenza ricevuta . Alcuni studi sottolineano l’importanza del punto di vista del paziente, indicando anche come a una maggiore soddisfazione corrisponda poi una migliore aderenza ai trattamenti prescritti; altri studi hanno invece rilevato che la soddisfazione del paziente non è correlata alla qualità effettiva delle cure ed è anzi talvolta associata a un risultato clinico di scarso valore. La questione viene ora affrontata in un editoriale apparso sul New England Journal of Medicine, intitolato The Patient Experience and Health Outcomes, scritto da alcuni ricercatori statunitensi guidati da Matthew Manary della Duke University di Durham, nel North Carolina.

Ci sarebbero alcune significative possibilità di errore nelle misurazioni della qualità dell’assistenza ricavate dai report redatti dai pazienti. La prima è generica e forse un po’ settaria: i pazienti non hanno una formazione clinica e quindi non sarebbero in grado di dare un feedback credibile a chi li ha in cura. Anzi, spesso sarebbero portati a dare importanza a elementi della cura che non hanno nulla a vedere con la sua reale efficacia; in altre parole si farebbero facilmente abbagliare da aspetti secondari più scenografici che utili. Un altro aspetto sollevato dai critici della partecipazione è il timore che il paziente sia soddisfatto quando ottiene quello che vuole, un certo esame diagnostico, un certo farmaco, a prescindere dalla sua reale utilità e necessità.

Gli autori dell’editoriale, essi stessi impegnati in varie ricerche sul campo in questo ambito, sono però schierati sul versante della partecipazione, anche perché proprio gli studi sul campo hanno dimostrato che c’è una significativa corrispondenza tra gli alti livelli di soddisfazione dei pazienti e i migliori risultati clinici. Altro che lasciarsi abbagliare, sembra che i pazienti siano il più delle volte in grado di valutare adeguatamente la qualità del’assistenza sanitaria che ricevono. E invece non c’è un legame diretto tra soddisfazione e consumo delle risorse. “Diversi studi hanno dimostrato che le misurazioni dell’esperienza del paziente e del volume dei servizi consumati non sono correlati” dicono Manary e i suoi collaboratori. “Un maggior coinvolgimento dei pazienti porta a un minor utilizzo di risorse ma a una maggiore soddisfazione degli stessi pazienti”.

Secondo Susan Edgmon, direttore del John D. Stoekle Center for primary care innovation del Massachusetts General Hospital di Boston, uno dei veri problemi risiederebbe nel fatto che i clinici non amano i sondaggi in cui i pazienti esprimono i loro pareri. In un’intervista (ascoltabile sul sito dell’editoriale da chi è in grado di comprendere l’inglese), la dottoressa Edgmon indica anche nel livello di comunicazione tra infermieri e pazienti uno snodo cardine della qualità percepita dai pazienti. Più gli infermieri sono in grado di dare spiegazioni, informazioni e suggerimenti, più il paziente si sente a suo agio e pronto a collaborare. Naturalmente, perché questo elemento possa realizzarsi, bisognerebbe che gli infermieri avessero a loro volta sempre tutte le informazioni necessarie, il che non è un elemento scontato, specialmente all’interno degli ospedali.

 
 
 
# 1
Sono d'accordo, spesso l'utente viene visto come un fruitore passivo, da guidare nelle scelte o tutt'al più assecondare. Non è così: una buona qualità percepita, a mio parere, corrisponde il più delle volte a buoni livelli di assistenza e a una corretta e completa informazione.Come avete scritto non sempre l'infermiere ha tutte le informazioni per poter rispondere all'utente e dare ragione di quanto viene proposto e fatto nelle attività di cura ed assistenza sanitaria.
di  Gabriella Callegaro (infermiere)  (inviato il 08/01/2013 alle 17:29:21)
# 2
Chiedo preventivamete scusa a chi dovesse sentirsi offeso.
Nostro Signore, affranto per la situazione della Sanità, torna sulla terra. Invece che come figlio di falegname, questa volta si incarna in un medico. Apre uno studio; il primo giorno, in sala d'attesa, i pazienti si interrogano "come sarà il nuovo medico?". Entra il primo paziente, gravemente ammalato, a stento cammina. Senza visitarlo, e senza scrivere ricette, il dottor Gesù, gli dice: "alzati: sei guarito!". Effettivamente il paziente non accusa più alcun sintomo; esce. Gli altri pazienti gli chiedono: "Allora? come è il nuovo dottore?"
"Non mi piace; non mi ha nemmeno provato la pressione!"
di  Enrico Delfini, MMG Bologna  (inviato il 08/01/2013 alle 18:39:58)
# 3
Mi trovo d'accordo con la dott.ssa Edgmon; parlo da infermiera, e spesso mi accorgo che il tempo speso per comunicare ed ascoltare il paziente o non si trova, per pigrizia, oppure, realtà sempre più attuale, dati i tagli al personale sanitario, l'infermiere tutto-fare non ha e non trova più il tempo né la voglia di mettersi a 'spendere del tempo' per spiegare ed informare in primis sé stesso, con una messa in discussione ed aggiornamento delle proprie conoscenze, secondariamente con il team di lavoro in cui opera, per una diffusione delle conoscenze e delle informazioni-nozioni; ma questa ultima opzione è cosa alquanto rara. Spesso si finisce con lo strumentizzare tutto l'operato assistenziale alle singole parcellizzazioni ed operatività di settore ed il paziente in ultimo, si badi bene al percorso seguito fin qui, spesso è disinformato e non viene né si sente coinvolto nei piani di cura che lo riguardano. È un paradosso, ma è vero, purtroppo!
di  Rita Gambelunghe, Infermiera, Perugia  (inviato il 08/01/2013 alle 23:23:25)
# 4
Prima di mettersi a cercare una correlazione tra due parametri (in questo caso qualità della cura e soddisfazione dei pazienti) è bene accertarsi che essi possano essere ragionevolmente connessi. Sono state “scoperte” correlazioni statisticamente significative tra la morte dei papi e la vittoria del Galles al torneo di rugby, così come gli infartuati nati sotto il segno della Bilancia e dei Gemelli sembrano non trarre beneficio dalla aspirina in piccole dosi. Il loro valore? Solo di paradosso. Mi sembra che l’indagine pubblicata dal NEJM sia viziata da un analogo sbaglio di categoria.

Maurizio Pandolfi (blog “Medicina scientifica a pie illusioni”)
di  Maurizio Pandolfi  (inviato il 16/01/2013 alle 08:03:19)
 
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