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Post 116 – Perle di revisioni
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 10/10/2012 alle 09:04:21, in Post)

Mercoledì 10 ottobre 2012

Nell’ultimo Cochrane Colloquium svoltosi quest’anno ad Auckland, si è parlato di una nuova modalità di trasmissione semplice e rapida dei contenuti delle revisioni sistematiche Cochrane , per far sì che esse possano giungere realmente ai clinici. Le revisioni sistematiche Cochrane rappresentano una delle più importanti fonti di prove di efficacia, ma non le legge quasi nessuno di coloro che potrebbero e dovrebbero utilizzarle nella pratica clinica. Il fatto è che sono quasi sempre molto lunghe, e anche decisamente troppo tecniche. Tanto che, ad esempio, il nostro gruppo di Evidence Based Medicine, inserisce una speranzosa giornata di formazione nei propri corsi per i medici, proprio finalizzato a spiegare come si dovrebbe leggere una revisione Cochrane. Queste revisioni rispondono a una precisa domanda. Una domanda, una revisione. Ad esempio: quanto sono efficaci le iniezioni locali di corticosteroidi per la sindrome del tunnel carpale? Quindi, in teoria, il medico che non sapesse rispondere a questa domanda, potrebbe far ricorso alla corrispondente revisione Cochrane per trovare una sicura risposta, basata su prove di efficacia. Peccato che, tranne in rari casi molto virtuosi, non lo farà mai. Oltre alla barriera della lunghezza (molte decine di pagine), e quella della difficoltà tecnica insita nel concetto stesso di revisione sistematica, specie se con metanalisi, il medico italiano si trova anche di fronte a una barriera linguistica, visto che le revisioni sono in inglese. Anche se il sito Partecipasalute ha iniziato a tradurre in italiano, in facile linguaggio divulgativo, i comunicati stampa delle revisioni Cochrane

C’è da dire che ogni revisione Cochrane sarebbe dotata di un sommario e anche una sintesi in linguaggio non tecnico per i cittadini, però, secondo la stessa Catherine McIlwain che lavora per il Cochrane Consumer Network  circa un quarto di queste sintesi hanno discrepanze con i sommari, e inoltre sono comunque scritte in maniera tale da richiedere conoscenze di tipo universitario, per cui molte persone non sarebbero in grado di capirle. Da qui l’esigenza di uno strumento di trasmissione ancora più snello, scientificamente corretto, potenzialmente utile per il clinico pratico e anche per i cittadini.

Così, Bruce Arroll, professore di Primary Care a Auckland , assieme ad alcuni collaboratori ha sviluppato le Pearls , sommari strutturati in 200 parole delle revisioni Cochrane. Il messaggio fondamentale è già nel titolo, e inoltre sono riportati i number needed to treat o numero di casi da trattare e i number needed to harm o numeri necessari al danno , che sono i punti di riferimento essenziali per la pratica clinica. Per adesso le Pearls sono disponibili in inglese e in francese. E già 2000 persone si sono iscritte per ricevere gratuitamente gli aggiornamenti. Credo che di fronte a un dubbio sull’efficacia di un trattamento, oggi i clinici debbano considerare la possibilità di fare ricorso anche a questo pratico strumento di informazione.

Tutto ciò è raccontato da Richard Smith, ex direttore del BMJ, attualmente direttore dell’ United Health Group’s chronic disease iniziative, in un post del blog della Cochrane Collaboration . Negli stessi giorni Richard ha lanciato su Twitter alcuni twit collegati in qualche modo a questo tema, due dei quali mi sono sembrati particolarmente illuminanti: “La percentuale delle persone che non sanno che 1 su 1000= 0,1 % è del 76 per cento. Dei medici il 25 per cento”. Il dato è riferito evidentemente a medici anglosassoni, chissà quali sono queste percentuali in Italia, dove la cultura scientifica non è certo al primo posto? Il fatto è che per poter leggere una revisione sistematica Cochrane in maniera un po’ approfondita, bisogna avere a che fare con qualche elemento di matematica e di statistica. L’altro twit di Richard Smith, che ritengo in qualche modo collegato a questo discorso è la citazione di un medico tedesco, il quale ha affermato: “”Se dicessi ai miei pazienti quante sono le cose che non so, diventerebbero molto nervosi”.

 
 
 
# 1
Il secondo tweet di Smith secondo me ha una portata molto maggiore. Ricordo un suo editoriale sul BMJ, quando ne era direttore, dedicato all'Etica dell'ignoranza
di  Roberto Satolli, Zadig  (inviato il 10/10/2012 alle 10:20:55)
 
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