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Scire – Post 88: Raccolta dati o audit?
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 22/03/2011 alle 08:24:16, in Post)

Martedì 22 marzo 2011

C’è abbastanza confusione in giro su cosa sia un audit clinico. L’altro giorno ho incontrato un operatore di un dipartimento che quest’anno deve seguire la procedura di accreditamento e al quale sarà quindi richiesto di avere attivi almeno un paio di audit. L’operatore, in rappresentanza del suo dipartimento, si è rivolto al Governo Clinico presentando una serie di raccolte di dati che in quel dipartimento fanno da anni, per verificare se potessero essere configurate come audit. L’idea di base è: “raccolgo dati, quindi forse sto facendo un audit”. Lo pensano in molti, ma ovviamente non è così, l’audit clinico è un’altra cosa. E forse è meglio cercare di capire cos’è, dal momento che sempre più la sanità dovrà fare i conti con questa forma di autovalutazione e miglioramento dei servizi. Allora, intanto bisogna sapere che l’audit clinico ha come obiettivo il miglioramento della qualità dei servizi, delle cure offerte ai pazienti e degli esiti clinici, attraverso la revisione sistematica del processo di cura condotta con criteri espliciti e seguiti poi dall’implementazione del cambiamento. La definizione del National Health Service inglese, recita: “L’audit clinico è una iniziativa condotta da clinici che cerca di migliorare la qualità e gli outcome dell’assistenza, attraverso un processo di revisione strutturata tra pari, per mezzo della quale i clinici esaminano la propria attività ed i propri risultati a confronto con standard espliciti e la modificano se necessario”.

Da queste semplici definizioni già si capisce che l’audit non può esaurirsi nella semplice raccolta dati. Anzi, un problema è che spesso si raccolgono dati sull’attività di un servizio senza sapere prima che cosa ci si vorrà fare. E quindi si raccolgono dati a raffica che poi non entrano in nessun processo di riflessione e miglioramento della pratica. L’audit clinico, invece è un processo che si focalizza solitamente su pochi dati, li confronta, ad esempio, con le raccomandazioni di una linea guida di buona qualità, cerca di capire quanto e perché la pratica clinica si discosti da quelle raccomandazioni, e prova a mettere in atto azioni di miglioramento che almeno riducano quello scostamento. Poi il gruppo che conduce l’audit clinico raccoglie nuovamente i dati su quella specifica attività, per verificare se c’è stato il cambiamento nella pratica clinica reale. Tutto qui. E’ apparentemente poco, in realtà è moltissimo.

L’audit clinico è quindi, come indica lo stesso nome, qualcosa che ha a che fare con la pratica clinica. Impegnarsi in un audit non vuol dire scarabocchiare della carta, produrre un documento da cacciare in un cassetto, ma impegnarsi in una attiva e concretissima modifica della propria pratica clinica. E’ qualcosa che ha a che fare con i pazienti, con gli esiti clinici, con i risultati effettivi del nostro lavoro di medici e di infermieri, non con la burocrazia. In altri paesi, come l’Inghilterra, si fanno molti audit a livello nazionale, al momento ne sono attivi oltre 50 come ricorda anche Ulrich Wienand dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara, esperto di audit e di qualità, autore di una newsletter in italiano sull’audit, alla quale è possibile iscriversi all’indirizzo auditclinico@gmx.net.

Ma anche in Italia l’audit clinico sta attraendo progressivamente l’attenzione delle istituzioni sanitarie più attente e sempre più i clinici saranno chiamati a partecipare ad attività di audit che coinvolgeranno i servizi in cui lavorano. E il prossimo 5 aprile l’Azienda Usl di Bologna organizza a Bentivoglio, in provincia di Bologna, un convegno  intitolato “Ti racconto di te: l’audit clinico nell’Azienda Usl di Bologna” (per chi è abilitato al collegamento intranet: qui), una giornata intera dedicata alla presentazione di esperienze di audit in ambito territoriale e ospedaliero, oltre che a riflessioni sull’audit e su come possa diventare un motore per la produzione di capitale sociale.

Inoltre, il Ministero della salute ha finanziato attraverso la federazione nazionale degli Ordini dei medici (FNOMCeO) e la Federazione nazionale dei collegi degli infermieri (IPASVI) un corso on line di formazione a distanza dedicato all’audit clinico, che sarà pubblicato nel mese di maggio nella piattaforma http://www.fadinmed.it. Questo corso andrà ad affiancare il modulo attuale che è invece dedicato all’area del rischio, in particolare alla Root Cause Analisys. Si tratta di un’eccellente opportunità, anche perché sono corsi gratuiti, aperti sia a medici sia agli infermieri, con crediti ECM, che sono stati realizzati dall’Agenzia Zadig di Milano, che già aveva collaborato con l’AIFA alla realizzazione di ECCE, il sistema di formazione a distanza basato su Clinical Evidence.

 
 
 
# 1
Caro Danilo, opportuno, preciso e utile questo chiarimento anche perché, come al solito, qualcuno, avendo orecchiato qualcosa, aveva cominciato ad introdurre questa modalità di controllo dell'attività anche in Psichiatria. Naturalmente non si trattava di audit così come era stato definito nella cultura anglosassone, ma di un semplice richiamo che qualche responsabile, sulla base della propria formazione, solitamente scarsa, andava a fare su alcune pratiche cliniche in cui si erano verificati incidenti.
Ora questo post mi offre l'occasione per suggerire la necessità di aprire una riflessione anche sulla cosiddetta Supervisione, tanto utilizzata in Psichiatria, come garanzia di una sorta di verifica e di formazione continua. Derivata e scimmiottata dalla supervisione dei primi casi che un aspirante psicoanalista deve fare per ottenere il passaggio al ruolo di effettivo, è diventata una forma di pubblicità e di esercizio di influenza fra le varie scuole di psicoqualcosa per spartirsi quote di mercato psicologico e psichiatrico e non di crescita culturale e professionale.
di  Vittorio Melega, libero pensatore di Psichiatria  (inviato il 22/03/2011 alle 10:02:20)
 
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