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Scire – Post 87: Se il ricercatore è pubblico
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 28/02/2011 alle 07:54:01, in Post)

Lunedì 28 febbraio 2011

La ricerca viene sempre più considerata come una delle attività nelle quali anche le strutture del Servizio Sanitario Nazionale possono e devono impegnarsi, e non è più appannaggio solo delle Università, degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) o dell’industria privata. Negli ultimi anni in alcune Regioni sono sorte istituzioni, come il Prier in Emilia-Romagna, che hanno il compito di favorire iniziative di sviluppo della ricerca nei servizi sanitari. In Italia, quella realizzata in ambito pubblico è il più delle volte una ricerca che mira a sviluppare nuovi modelli organizzativi dell’assistenza sanitaria, talvolta è collegata a iniziative di audit clinico, alle volte ha caratteristiche alquanto indefinite che possono rendere difficile la sua stessa identificazione in quanto attività di ricerca vera e propria. Un articolo appena pubblicato sul New England Journal of Medicine (NEJM) dimostra ora, alquanto inaspettatamente, che almeno negli Stati Uniti il settore pubblico ha contribuito in maniera sostanziale alla ricerca in un settore storicamente occupato dall'industria privata, quello dello sviluppo di importanti farmaci e vaccini. Sono infatti ben 153 negli ultimi 40 anni i nuovi farmaci o vaccini approvati dall’FDA americana quale risultato della ricerca realizzata nelle strutture pubbliche.

Tradizionalmente, ricorda il gruppo di ricerca autore dell’articolo, guidato da Ashley Stevens, le cose sono sempre andate così: nelle strutture pubbliche, ad esempio le Università, si fa la ricerca di base, quella “a monte”, mentre quando arriva il momento di mettere a punto le nuove molecole, allora entra in campo l’industria farmaceutica privata. L’esempio degli antidepressivi Inibitori della Ricaptazione della Serotonina (SSRI) è lampante in tal senso. Ai National Institutes of Health, Julius Axelrod sviluppò il filone di ricerca che portò alla scoperta dei meccanismi di base della neurotrasmissione, scoperta che nel 1970 gli fruttò un meritato Premio Nobel. Di lì in avanti, però, il timone fu preso dall’industria privata che nel giro di alcuni anni, basandosi sulle ricerche di Axelrod, mise a punto e registrò nel 1987 il primo farmaco della categoria degli SSRI, la fluoxetina, capostitipe di una serie di molecole che avrebbero presto invaso il mondo generando guadagni da capogiro. Stranamente, fu sempre una scoperta fatta in laboratori pubblici, in questo caso al MIT, a individuare le potenzialità terapeutiche di questa classe di farmaci nel disturbo disforico premestruale, ma quando venne il momento di mettere a punto un farmaco specifico per questo disturbo, di nuovo l’operazione fu portata a termine dall’industria. Così va il mondo.

Come ricordano gli autori di questa ricerca, qualcosa era già iniziato a cambiare attorno alla metà degli anni Settanta, con l’emergere delle biotecnologie, che ha reso più facile la partecipazione degli istituti di ricerca pubblici americani anche alla fase finale della messa a punto di farmaci e vaccini. A questo fenomeno si è aggiunto il cambiamento della legislazione che negli anni Ottanta ha consentito ai laboratori di ricerca pubblici di ottenere direttamente i brevetti sulle proprie scoperte, brevetti che precedentemente erano di proprietà governativa.

Mi sembra che la vicenda raccontata in questo articolo di Ashley Stevens e collaboratori faccia innanzitutto capire bene quanto le istituzioni sanitarie pubbliche (solo quelle statunitensi?) siano ricche di potenzialità creative e di capacità nel realizzare importanti scoperte. Mostra anche chiaramente come, una volta messi nelle condizioni di giusta motivazione e avendo a disposizione gli strumenti adeguati, anche i ricercatori “pubblici” possono arrivare a portare a compimento la fase “a valle” della ricerca farmacologica. Di converso, però, finisce per diventare una conferma indiretta del fatto che l’industria farmaceutica continua a giocare un ruolo leader nell’avanzamento del settore della disponibilità concreta di nuovi farmaci.

Un ruolo importante che tutti vorremmo poterle riconoscere senza remore, se non ci fossero, ad offuscare questa immagine, alcune operazioni di marketing sfrenato e di ricerca no-profit mascherata, che mettono in discussione i fondamenti di questo ruolo. Recentemente ad esempio, si rileva sempre più di frequente un nuovo fenomeno: la tendenza dell’industria farmaceutica, a finanziare ricerche nel quadro di uno studio no-profit attraverso un’istituzione, una società scientifica o un’associazione di pazienti. In questo modo, l’industria farmaceutica non si assume gli oneri complessivi di una sperimentazione, né i rischi associati a possibili risultati negativi del trial ma, in caso di risultati positivi, in quanto proprietaria del brevetto, può godere dei relativi benefici economici e dei vantaggi registrativi ad un costo decisamente inferiore e forte del supporto di trials apparentemente no-profit. E’ una china pericolosa, che rischia di offuscare le finalità della ricerca, complicando l’attività ad esempio dei Comitati Etici che quelle ricerche devono valutare. Bisognerebbe tenerne conto anche quando si vanno a fare i conti e si scopre con soddisfazione che la ricerca non profit dal 2000 ad oggi è in costante e continua crescita.

 
 
 
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