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Scire – Post 82: Non intuire la diagnosi
di Danilo di Diodoro (pubblicato il 09/12/2010 alle 09:50:21, in Post)

Giovedì 9 dicembre 2010

Attenzione alle diagnosi effettuate in maniera troppo intuitiva perché spesso l’errore medico si annida proprio lì. È in quest’ambito che si colloca circa il 25 per cento degli errori medici che finiscono in un contenzioso legale, una percentuale più alta di aree forse maggiormente temute, come quella degli interventi chirurgici, gli interventi ostetrici e la prescrizione di farmaci. Lo afferma Pat Croskerry, professore di Emergency Medicine alla Dalhousie University, in un articolo pubblicato sul BMJ da Rebecca Coombes, che riporta i dati di una compagnia assicurativa sanitaria del New England. Il dato inglese è ancora più preoccupante, visto che fino al 33 per cento dei contenziosi legali è riferibile a un errore di diagnosi. L’argomento è molto attuale, e il Blog Scire lo ha già affrontato nel Post 78. L’Azienda Usl di Bologna pone grande attenzione al tema e ha recentemente aperto un’area della sua Intranet (visibile solo dagli operatori aziendali) dedicata proprio al rischio clinico, oltre ad aver avviato una newsletter intitolata La verità e il suo doppio che non solo veicola informazioni nell’ambito del rischio clinico, ma può ricevere contributi e riflessioni da parte degli operatori, in una logica di interazione attiva.

I medici sono spesso troppo veloci nel loro orientamento diagnostico, dice Croskerry, e non prendono sufficientemente in considerazione possibilità alternative una volta che il loro intuito li ha condotti rapidamente verso un’ipotesi diagnostica. “La nostra intuizione passa continuamente sopra al ragionamento analitico” aggiunge. Il problema non sembra risiedere tanto in una mancanza di conoscenza da parte dei medici dei sintomi che caratterizzano i vari disturbi, quanto dalla mancanza di un approccio analitico e dalla disponibilità psicologica a pensare a ipotesi alternative a quella immediatamente intuitiva, o alla possibilità che un disturbo possa presentarsi in maniera atipica. Ovviamente, un elemento che gioca contro un approccio più aperto e possibilista è quello degli stretti limiti temporali all’interno dei quali si gioca la maggior parte degli incontri tra medico e paziente.

Secondo Pat Croskerry le scuole mediche hanno una precisa responsabilità, poiché dovrebbero dare maggior importanza alle possibili presentazioni atipiche delle malattie, discostandosi dall’insegnamento accademico classico che è invece basato proprio sulla descrizione della tipica presentazione clinica dei vari disturbi. E una specifica formazione dovrebbe essere dedicata anche alla modalità analitica di ragionamento da utilizzare al posto di quella puramente intuitiva. Naturalmente, nulla è più analitico e meno intuitivo di un computer, per cui si stanno mettendo a punto software che presto potranno fornire un concreto aiuto al medico nell’attività diagnostica. Con l’uso di questi software sarà possibile tenere sotto controllo, o almeno sott’occhio, anche le ipotesi diagnostiche più disparate, ma allora diventerà ancora più importante la valutazione critica finale che farà il clinico basandosi sulla sua esperienza.

Per avere un’idea di come potrebbe funzionare un supporto informatico alla diagnosi è possibile visitare il sito Wrong Diagnosis o il sito DiagnosisPro.

 
 
 
# 1
Ho partecipato a Londra a un corso di formazione per l’utilizzazione di uno strumento standardizzato (HCR-20) per la valutazione del rischio di violenza in pazienti affetti da disturbi psichici. Questo strumento, oltre a evidenziare le situazioni che maggiormente ricorrono negli episodi di violenza, obbliga il clinico a fare un percorso analitico delle diverse situazioni e a descriverle, evitando quel "jump to conclusions" spesso causa di errori. I diversi item sono simili a quelli che un clinico esperto esamina quando fa una valutazione del rischio di violenza in pazienti psichiatrici, in sede clinica o medico-legale. La differenza è che, invece di usare un programma mentale, implicito, che l'esperienza clinica ha fornito, deve utilizzare un programma esplicito, valutabile, criticabile e comunicabile.
Non credo ci sia una grande differenza fra le conclusioni a cui giunge un clinico esperto e responsabile sulla base di una valutazione intuitiva implicita, e chi usa strumenti standardizzati nella maggior parte dei casi. La differenza sta in pochi casi particolari in cui aspetti marginali, solitamente sottovalutati, sommati ad altre condizioni, fanno evolvere una situazione in senso positivo o negativo. Per non parlare poi del fatto che valutazioni cliniche importanti non vengono fatte solo da clinici esperti e coscienziosi. Anche in questi casi bisogna mettere i clinici nella condizione di limitare gli errori, fornendo loro strumenti che li obblighino a compiere i percorsi che la ricerca ha dimostrato essere i più utili per una valutazione corretta.
di  Vittorio Melega, Libero pensatore di Psichiatria  (inviato il 13/12/2010 alle 08:10:01)
# 2
Non è molto elegante farlo notare, ma l'utilità di siffatti strumenti e software sta (anche) nella "copertura" medico-legale che assicurano (forse) a chi li utilizza.
di  Enrico Delfini, Mmg  (inviato il 16/12/2010 alle 18:45:10)
 
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