Scire – Post 68: Quelle incrollabili, confortanti convinzioni
Giovedì 22 aprile 2010
Molti esperti di Evidence Based Medicine (EBM) non riescono proprio a capacitarsi come mai gli operatori sanitari, medici in testa, o gli stessi pazienti, possano talora risultare tanto impermeabili alle prove inconfutabili che vengono dalla ricerca. Ad esempio, è dimostrato che una radiografia o una Tomografia Computerizzata (TC) del rachide non migliorano il processo diagnostico-terapeutico del mal di schiena, e anzi alle volte lo peggiorano, diventando l’anticamera di interventi chirurgici inutili e spesso dannosi. Eppure, messo a conoscenza di questo dato ormai assodato, il medico continuerà a prescriverle e il paziente a richiederle, nella convinzione, incrollabile, che fare una lastra o una TC sia comunque meglio che non farla. Insomma, quando si arriva al punto, all’atto pratico, le convinzioni di medici e pazienti, e anche il buon senso, sembrano contare ben più delle prove o evidenze.
Ne parla Christie Aschwanden in un articolo pubblicato sul numero corrente di Miller McCune, una rivista di giornalismo orientata verso temi di interesse accademico. Di norma, il Blog Scire non prende a riferimento articoli giornalistici, ma in questo caso va sottolineato che l’autrice è anche un componente della mailing list internazionale di Evidence Based Medicine, e che per la stesura del suo articolo ha consultato diversi esperti internazionali di EBM, che alla fine, Paul Glasziou in testa, si sono complimentati per il suo lavoro.
Dunque, si diceva di quanto le convinzioni siano spesso incrollabili e non scalfibili, neanche dalla migliore evidenza. Un altro esempio portato dalla Aschwanden è quello dell’abuso di ibuprofene da parte dei maratoneti, studiato da David Nieman della Appalachian State University. Molti maratoneti sono convinti che l’ibuprofene, in virtù delle sue proprietà antinfiammatorie, possa aiutarli a ridurre l’infiammazione che si genera nell’apparato muscoloscheletrico durante lo sforzo della corsa prolungata. Così Nieman a un certo punto ha deciso di studiare l’utilizzo di questo farmaco nei maratoneti, rilevando che il suo impiego durante la corsa risultava associato a un un livello di infiammazione e dolore maggiori. Quando però è andato a presentare i suoi risultati a un gruppo di maratoneti che stavano per iniziare una corsa, ha dovuto prendere atto con sorpresa che essi non riuscivano minimamente a scalfire le loro convinzioni. Insomma, Nieman non è stato capace di cambiare quella che tutto sommato era una ragionevole (e confortante) idea dei maratoneti, ossia che l’ibuprofene, essendo un antinfiammatorio, debba per forza essere utile a chi è impegnato in una maratona, anche se i dati di uno studio sul campo dicono il contrario. Questo fenomeno è conosciuto dagli psicologi sociali, che lo chiamano “la presunzione della verità che vince”, il fatto che quando qualcuno afferma correttamente la verità, si aspetta che questa debba essere unanimemente riconosciuta. Cosa che invece, nella vita reale, assolutamente non avviene.
Infatti, nella vita reale, quello che fa presa sulle persone è ciò di cui esse sono già convinte e che vogliono sentirsi confermare, qualcosa che sia quindi non necessariamente vero, ma soprattutto confortante. Al contrario, è molto difficile che prove e fatti anche molto chiari possano modificare una mentalità radicata, ossia quello che le persone sentono profondamente dentro di loro. Se poi a quella convinzione sono associati anche specifici interessi o vantaggi personali, allora diventa ancora più difficile rovesciarla. Paradossalmente, soprattutto in Medicina, non sono dati e prove ad avere potere di convincimento, ma aneddoti e storie che possano facilmente tornare in mente, e che arrivino in qualche modo a fare breccia in ciò a cui le persone credono. Bisogna passare, si potrebbe dire con un’espressione forse un po' altisonante, non attraverso la mente, ma attraverso il cuore.
L’articolo della Aschwanden a un certo punto tira dentro anche le recenti indicazioni dell’US Preventive Services Task Force sulla mammografia, redatte secondo stretti criteri Evidence Based. Si tratta di un tema caldissimo per le sue implicazioni anche emotive. Queste indicazioni hanno rimesso in discussione l’opportunità che le donne tra i 40 e 49 anni si sottopongano annualmente alla mammografia, suggerendo che le decisioni per questa fascia di età debbano piuttosto essere prese caso per caso; inoltre hanno ridefinito la frequenza delle mammografie per le donne ultracinquantenni, che dovrebbero passare ad essere biennali. Apriti cielo: si sono scatenate associazioni di cittadini e di pazienti, e anche le associazioni mediche, come l’American College of Radiology. Le nuove indicazioni sono state immediatamente percepite come un attacco all’intero impianto preventivo messo in atto in molti paesi del mondo contro il cancro della mammella, a prescindere da quelle che sono le prove portate a sostegno. Come dice la Aschwanden, “la disputa sulle linee guida sulla mammografia, non è sulle prove di efficacia, ma sul convincimento”. Come si può davvero spiegare che in quelle fasce di età non è sempre così importante andare a scoprire precocemente noduli che potrebbero non crescere mai? Come spiegare che in molti casi non si sa come riconoscere i tumori che cresceranno davvero? Come instillare dubbi sui rischi della sovradiagnosi e del sovratrattamento? Come spiegare che molti cancri aggressivi iniziano a diffondersi anche prima che siano rilevabili con la mammografia? Tutto questo non appare ragionevole, e soprattutto, non è confortante.
Credo che parlando di questi temi, parliamo inevitabilmente della nostra pratica clinica, delle nostre convinzioni di operatori sanitari, della nostra scarsa disponibilità a modificare quello che facciamo. Anche quando le informazioni giuste riusciamo a raggiungerle, o, in un modo o nell’altro, spesso attraverso percorsi difficili, comunque ci arrivano.
Sull'argomento della prevalenza dell'opinione sull'evidenza, cui si assiste quotidianamente nella pratica clinica confrontandosi tra colleghi di diversi ambiti - proviamo a negare l'utilità della dopamina a dosaggio renale o dell' albumina per riassorbire gli edemi periferici, e osserviamo le reazioni - può essere interessante leggere " Sei cose impossibili prima di colazione", di L. Wolpert, titolo tratto da un discorso della Regina in " Alice nel paese delle meraviglie", che tratta dei meccanismi con cui il cervello sviluppa le credenze.
In effetti, il seguire le evidenze scientifiche comporta, per noi medici, una "fatica" intellettuale a volte insopportabile... 
Caro Danilo, hai messo a fuoco un problema cruciale: praticare l’EBM è faticoso non per la difficoltà nel reperire le evidenze (ci sono eccellenti banche-dati facili da consultare), ma per la difficoltà nel cambiare opinione di fronte alle prove di efficacia terapeutico-diagnostiche. Credere ad aneddoti e a “sentito dire” è economicamente vantaggioso per il nostro cervello, lo fa “riposare". Come dice M. Shermer, chief editor del magazine Skeptic, l’evoluzione del nostro cervello ha alle spalle decine di migliaia di anni di credenze e superstizioni, e solo pochi secoli di ragionamento scientifico…
La tendenza a dare fiducia alle evidenze aneddotiche pare dipendere dal fatto che il falso positivo (credere che tra l'evento A e l'evento B ci sia una connessione quando questa non c'è) sia meno dannoso del falso negativo (credere che tra i due eventi non ci sia connessione quando invece c'è), come sostiene un editor di Scientific American. In effetti vedere stramazzare morto il capo tribù dopo aver dato un morso a un frutto sino ad allora sconosciuto, deve avere ingenerato nei nostri antenati una certa diffidenza verso quel frutto, magari completamente innocente. In questo senso il credere alle evidenze aneddotiche è stato un vantaggio evolutivo. D'altronde credere ad una cosa che va talmente contro i nostri sensi, come il fatto che la terra sia tonda e giri intorno a una palla di fuoco, deve aver richiesto un notevole sforzo di astrazione e di fiducia verso le evidenze sperimentali. ( segue oltre le 1200 battute)
Vero è che appare insopportabile il gap tra dimostrazione scientifica e la sua accettazione. Ormai si sono accumulate evidenze sulla non efficacia dello stretching nel prevenire gli strappi e gli infortuni durante l'attività sportiva*: ciononostante credo che siano ben pochi gli istruttori che rinuncino a proporlo ai propri allievi, e questi ad aspettarselo, come vuole la tradizione… Per questo molti sostengono che i più forti alleati all'implementazione della EBM siano i pazienti adeguatamente informati, e i più forti nemici noi stessi, con i nostri pregiudizi e la nostra mancanza di duttilità mentale. *) Herbert RD, de Noronha M. - Stretching to prevent or reduce muscle soreness after exercise. Cochrane Database of Systematic Reviews 2007
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